
Lo studio è stato pubblicato su Lingua[1] e analizza l’uso e la varietà delle espressioni volgari in 20 regioni anglofone, evidenziando differenze culturali e linguistiche sorprendenti.
Una mappa globale del turpiloquio
Negli Stati Uniti si registra la più alta frequenza di parolacce online, seguiti da Regno Unito e Australia. I dati, tratti dal corpus GloWbE, mostrano che i paesi dove l’inglese è lingua madre presentano una maggiore propensione non solo all’uso, ma anche alla varietà creativa delle espressioni volgari. Al contrario, nei paesi dove l’inglese è lingua seconda, come India o Nigeria, le volgarità sono meno frequenti e meno diversificate.
Volgarità come specchio culturale
L’analisi suggerisce che l’uso del linguaggio volgare rifletta valori culturali più ampi. Le società con elevati indici di individualismo e bassa distanza dal potere — come USA e Australia — tendono ad adottare stili linguistici più informali, incluse le parolacce. In contesti più collettivisti e gerarchici, come il Sud-Est asiatico, l’uso esplicito di termini volgari è invece più contenuto.
La creatività delle parolacce
Nei paesi anglofoni occidentali, la creatività nella costruzione di insulti è evidente. Le combinazioni con “-head” e altre strutture offrono un ampio repertorio, da “fuckhead” a “wankpuffin”. Al contrario, varietà di inglese come quelle giamaicane o singaporiane mostrano inventività differente, spesso influenzata da lingue locali come il patois o il cinese, producendo composti originali e culturalmente marcati.
Oltre l’offensività, una risorsa linguistica
I ricercatori sottolineano che i vocabolari considerati volgari possono avere funzione sociale e stilistica, e non sempre implicano un’intenzione offensiva. Il dato curioso? Gli australiani si percepiscono come grandi bestemmiatori, ma i dati li smentiscono: gli statunitensi sono i veri protagonisti del linguaggio “spinto” sul web.


