Anche le piante vanno in letargo: si addormentano sotto il terreno anche per anni

Cypripedium calceolus, una delle specie di orchidee dormienti analizzate dai ricercatori (credito: Richard Shefferson)

Più di 100 specie di piante “dormienti” che riescono ad andare in “letargo” sotto il suolo per periodi lunghi anche fino a 20 anni sono state analizzate in uno studio apparso sul Ecology Letters. La ricerca prende in considerazione 114 specie di piante provenienti da 24 famiglie diverse, diffuse in località diverse in tutto il mondo.
Queste piante, tra cui molte orchidee, riescono a restare vive sotto il terreno riemergendo, di solito ogni primavera. Lo stato di “dormienza” si verifica solo in alcuni casi circoscritti e dipende dalle circostanze individuali, nonché da quelle ambientali, sebbene non sia ancora chiaro quali possano essere nello specifico.

Ad esempio potrebbero entrare in “letargo” seguito di minacce ripetute di animali erbivori oppure a causa di determinate condizioni meteorologiche. Gli stessi ricercatori suggeriscono che uno stato dormiente potrebbe per esempio favorire moltissimo quelle piante che vivono in aree soggette a continui incendi.
Secondo Michael Hutchings, professore di ecologia presso l’Università del Sussex, uno degli autori dello studio, “Sembrerebbe paradossale che le piante sviluppino questo comportamento perché essere sottoterra significa che non possono fotosintetizzare, fiorire o riprodurre. Eppure questo studio ha dimostrato molte piante in un gran numero di specie mostrano spesso dormienza prolungata”.

Ma come fanno a sopravvivere senza la fotosintesi? Secondo gli studiosi assumono carboidrati e sostanze nutritive da particolari funghi presenti nel suolo. In questo modo riescono solo a sopravvivere ma anche a prosperare durante questi periodi di riposo.
Nonostante già si conoscesse il fatto che semi e germogli possono entrare in uno stato di letargo, la stessa caratteristica riferita alle piante cresciute, meno conosciuta e studiata, si rivela altresì interessante. Questo studio, inoltre, mostra che non si rivela neanche troppo rara.

Fonti e approfondimenti



Condividi questo articolo

Resta aggiornato su Facebook: clicca su “Mi piace questa pagina”


Commenta per primo

Rispondi