Anticorpi prelevati dai lama per combattere COVID 19 negli umani

Un gruppo di ricercatori dell’Università del Texas ad Austin in collaborazione di altri ricercatori dei National Institutes of Health e dell’Università di Gand in Belgio sta tentando di capire se si può realmente combattere il virus che provoca negli esseri umani la COVID-19 contando su quello che è definibile certamente come un “improbabile” alleato: il lama.
In uno studio pubblicato su Cell i ricercatori spiegano di aver collegato due copie di un anticorpo prodotto da questi animali onde creare laboratorio un nuovo anticorpo che sembra legarsi in maniera molto stretta ad una proteina molto importante del SARS-CoV-2, il coronavirus che causa la COVID-19.

Questa proteina, denominata proteina spike, è quella responsabile della penetrazione dello stesso virus nelle cellule del corpo. Secondo i primi test che hanno effettuato i ricercatori, questo nuovo anticorpo sembra bloccare efficientemente i virus, almeno per quanto riguarda le cellule in coltura.
Secondo quanto spiega Jason McLellan, professore associato di bioscienze molecolari della UT Austin e uno degli autori dello studio, si tratta di uno dei primi anticorpi noti che neutralizza il SARS-CoV-2.

Ora i ricercatori vogliono eseguire studi preclinici su animali, come criceti e primati non umani, per capire l’utilità di eventuali test sugli esseri umani. Nel caso questa ricerca avesse successo, si potrebbe sviluppare un trattamento per aiutare le persone dopo l’infezione, un trattamento ben diverso dai vaccini che debbono essere tra l’altro somministrati almeno un mese o due mesi prima dell’avvenuta infezione per fornire la protezione adatta, come spiega lo stesso McLellan: “Con le terapie con anticorpi, stai somministrando direttamente a qualcuno gli anticorpi protettivi e quindi, subito dopo il trattamento, dovrebbero essere protetti. Gli anticorpi potrebbero anche essere usati per trattare qualcuno che è già malato per ridurre la gravità della malattia.”

Ma perché proprio i lama? Il fatto è che questi animali, insieme ad altri camelidi, quando rilevano invasori come batteri e virus, cominciano a produrre due tipologie di anticorpi: uno che assomiglia a quello umano ed un altro che è di circa 1/4 delle sue dimensioni. Proprio questi più piccoli sono i più interessanti: denominati anticorpi a singolo dominio o nanobodies, possono essere infatti nebulizzati e somministrati tramite un inalatore. Questo significa che si può consegnare l’eventuale farmaco direttamente nel sito di infezione, ossia l’apparato respiratorio, come spiega Daniel Wrapp, studente nel laboratorio di McLellan ed altro autore dello studio.

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