App per la salute possono creare stati di ansia secondo studio

Credito: mcmurryjulie, Pixabay, 1476525

Le app per la salute, di quelle che misurano, per esempio, la frequenza cardiaca, il sonno o altri parametri vitali, possono generare stati di ansia nei pazienti, qualcosa che effettivamente molti di noi non avevano mai preso in considerazione, secondo un nuovo studio realizzato da ricercatori del Dipartimento di Informatica dell’Università di Copenaghen.
Come lasciano intendere i ricercatori, queste app, che si possono installare su un cellulare, su un tablet o che sono disponibili anche tramite i cosiddetti “smartwatch” o oggetti indossabili vari, possono infatti portare a porsi domande che, nelle persone più sensibili o finanche suggestionabili, potrebbero diventare troppo insistenti portare a stati di ansia anche gravi.

Domande quali “il mio cuore batte troppo forte?”, “non ho dormito abbastanza?”, “sta arrivando un infarto?”, eccetera, sono legittime ma in taluni casi possono rappresentare il lato negativo di queste applicazioni.
Secondo quanto dichiara Tariq Osman Andersen, uno degli autori dello studio, complessivamente il sistema delle automisurazioni può risultare più problematico che benefico in quanto le persone cominciano ad utilizzare queste informazioni come se fossero state date da un medico. Tuttavia non hanno le basi conoscitive necessarie per interpretare tali dati e ciò può renderli ansiosi oppure possono interpretare le stesse informazioni in maniera sbagliata.

Il ricercatore si è accorto di questo importante “effetto collaterale” quando ha esaminato, insieme all’aiuto di altri due ricercatori, un gruppo di pazienti con aritmia cardiaca e con peacemaker.
Il ricercatore è giunto alla conclusione che affinché queste app per la salute abbiano gli effetti sperati, le persone debbono essere aiutate ad interpretare i dati e le informazioni, evidentemente da personale qualificato, dunque dal proprio medico. E proprio per questo forse c’è bisogno di una nuova piattaforma digitale tramite la quale medici e pazienti possono interpretare in maniera congiunta questi dati.

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