Cancro al seno, scienziati scoprono che inibire particolare proteina può essere efficace

Un nuovo obiettivo che potrebbe essere molto efficace per il trattamento del cancro al seno è stato individuato un team di ricercatori dell’Università del Sussex che hanno pubblicato un nuovo studio su Science Advances collaborando con colleghi di sette istituzioni provenienti da tre paesi.

LMTK3 (Lemur tyrosine kinase 3)

Secondo i ricercatori gli inibitori dell’LMTK3 (Lemur tyrosine kinase 3) possono essere infatti usati in maniera efficace per trattare il tumore al seno (e forse anche altre tipologie di cancro). Secondo i ricercatori, nuovi tipi di farmaci antitumorali, anche somministrati per via orale, potrebbero prendere di mira proprio l’LMTK3 e renderlo in qualche modo inattivo.
Quest’ultimo è infatti una proteina che ha un ruolo per quanto riguarda lo sviluppo e la progressione di molti tumori maligni così come di altre malattie. Le ultime ricerche hanno mostrato con successo che questa proteina è una chinasi attiva e che esiste un composto che può legarsi ad essa inibendola efficacemente, cosa che ha effetti antitumorali nelle cellule dei modelli di cancro al seno dei topi in laboratorio.

In sviluppo farmaci specifici per l’LMTK3

Georgios Giamas, uno degli autori principali dello studio, spiega che analizzando con precisione la struttura cristallina dell’LMTK3 è stato possibile capire che si tratta di una proteina chinasi attiva che ha un ruolo molto importante nel controllo dei processi cellulari. Già in passato gli stessi ricercatori avevano dimostrato che l’attivazione dell’LMTK3 rende meno efficaci alcuni trattamenti contro il cancro tra cui la stessa chemioterapia: “Siamo ora nel processo di portare questa ricerca alla fase successiva sviluppando farmaci specifici per l’LMTK3. Speriamo che nei prossimi cinque anni intraprenderemo sperimentazioni cliniche, cosa che è incredibilmente veloce per questo tipo di processo”.
Eventuali farmaci inibitori orali dell’LMTK3 potrebbero essere usati sia come terapia unica che come terapia combinata insieme ad altre tra cui la chemioterapia, l’immunoterapia e i trattamenti endocrini, secondo il comunicato stampa dell’università inglese.

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