Chi ha sofferto di COVID-19 lieve può contare su immunità duratura secondo studio

Le persone che hanno sofferto di COVID-19 in forma lieve possono contare su una protezione anticorpale duratura cosa che lascia presupporre che nuovi attacchi della stessa malattia possano essere rari. È quanto riferisce un comunicato pubblicato sul sito della Washington University School of Medicine[1] Relativo ad un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature.[2].

Quella relativa alla durata degli anticorpi che si formano nel corpo umano a seguito dell’infezione da COVID-19 è una questione ancora aperta anche se diverse decine di studi sono stati pubblicati al riguardo. Diversi studi, per esempio, hanno suggerito che gli anticorpi che si formano a seguito dell’infezione dal coronavirus SARS-CoV-2 sembrano diminuire in maniera abbastanza rapida e ciò ha lasciato intendere, soprattutto ai media mainstream, che l’immunità che si acquisisce naturalmente dopo questa malattia tramite gli anticorpi non è di lunga durata o addirittura sparisce dopo poco tempo, come spiega Ali Ellebedy, un professore associato di patologia e immunologia che ha condotto lo studio. Si tratterebbe, secondo lo scienziato, di un’errata interpretazione dei dati.

I livelli di anticorpi a seguito di infezione acuta tendono sempre a scendere ma non scompaiono mai del tutto, si stabilizzano a un certo livello. Ne è prova il fatto che sono stati trovati anticorpi da COVID-19 nelle persone rimaste infette 11 mesi dopo i primi sintomi della malattia. Secondo lo scienziato, si tratta di anticorpi che vivranno e produrranno altri anticorpi simili per il resto della vita nel corpo delle persone, segno di un’immunità perenne.[1]
Ciò è dovuto soprattutto ad un piccolo gruppo di cellule che producono anticorpi e che sono chiamate plasmacellule di lunga vita. Queste cellule sono capaci di migrare nel midollo osseo, di insediarsi qui e di secernere di continuo piccoli livelli di anticorpo che vengono poi immessi nel sangue ma che bastano per una protezione di lunga durata contro lo stesso virus.

Proprio per questo Ellebedy ha analizzato diverse persone affette da COVID-19, in particolare quelle che si sono riprese da casi lievi dell’infezione. Ha arruolato 77 partecipanti i quali hanno donato campioni di sangue periodicamente, ad intervalli di tre mesi, dopo l’infezione iniziale. Alcuni di essi hanno fornito anche campioni di midollo osseo. I livelli di anticorpi nel sangue, come previsto, diminuivano in maniera abbastanza rapida nei primi mesi dopo l’infezione ma si stabilizzavano tanto che, 11 mesi dopo l’infezione, erano ancora rilevabili. Infine i ricercatori scoprivano che 15 di 19 campioni di midollo osseo presentavano le suddette cellule produttrici di anticorpi, cellule che le persone che non avevano mai avuto la COVID-19 non avevano.

Secondo Ellebedy le persone che hanno sofferto di COVID-19 lieve sono capaci di eliminare il virus dai loro corpi già due o tre settimane a seguito dell’infezione e quindi il loro corpo non ha tempo di attivare una vera risposta immunitaria. Queste persone, però, presentano le suddette cellule del midollo osseo che continuano a secernere piccole quantità di anticorpi, cosa che fanno sin dall’inizio dell’infezione e che, come lascia intendere lo stesso ricercatore, continueranno a fare in maniera indefinita.
Questo lascia ipotizzare i ricercatori che le persone che sono state infettate da COVID-19 e che non hanno avuto sintomi gravi probabilmente hanno acquisito un’immunità di lunga durata. Questa immunità di lunga durata potrebbe però caratterizzare anche chi ha sofferto di Covid grave, cosa che comunque deve essere ancora dimostrata anche perché non sono rari i casi di risposte immunitarie difettose. Ulteriori studi andranno fatti, soprattutto su persone con infezione da COVID-19 grave, per capire la durata della loro immunità.

Note e approfondimenti

  1. Good news: Mild COVID-19 induces lasting antibody protection – Washington University School of Medicine in St. Louis (IA)
  2. SARS-CoV-2 infection induces long-lived bone marrow plasma cells in humans | Nature (IA) (DOI: 10.1038/s41586-021-03647-4)

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