Civiltà dell’isola di Pasqua crollata dopo arrivo di europei secondo nuovo studio

La società presente sull’isola di Pasqua non sarebbe crollata con l’arrivo dei primi europei secondo un nuovo studio condotto da ricercatori dell’Università di Binghamton e di quella statale di New York.

Famosi per le elaborate architetture rituali, gli abitanti dell’isola di Rapa Nui, nota anche come “isola di Pasqua”, sono conosciuti soprattutto per le grandi statue, definite moai, e per le ricercate tecnologie e metodologie che hanno utilizzato per fissarle in verticale e in generale per costruirle.

Per questo nuovo studio, i ricercatori hanno datato al radiocarbonio le stratigrafie architettoniche calcolando la velocità e la durata della contusione di questi monumenti per analizzare con maggiore dettaglio l’ipotesi relativa al collasso della popolazione di Rapa Nui avvenuta molto prima dell’avvento degli europei.
I ricercatori hanno analizzato sofisticate analisi statistiche, rese disponibili agli archeologi sono negli ultimi anni, per avere uno sguardo più dettagliato relativo alla storia della costruzione di questi immensi monumenti.

La costruzione delle statue, secondo i ricercatori, dovrebbe essere iniziata subito dopo la colonizzazione dell’isola ma aumentò in maniera notevole tra l’inizio del XIV secolo e la metà del XV secolo. Le costruzioni continuarono anche dopo il primo contatto europeo avvenuto nel 1722.
Ciò contrasta con la teoria principale secondo la quale ci sarebbe stato un crollo di questa popolazione prima del contatto con gli europei, collasso che sarebbe avvenuto intorno al 1600. Se ciò fosse vero, spiegano i ricercatori, i calcoli avrebbero dovuto mostrare lo stop della costruzione di questi monumenti molto prima del 1722.

Ciò vuol dire che gli abitanti di Rapa Nui continuarono a portare avanti le proprie tradizioni anche di fronte alle enormi difficoltà seguite all’arrivo degli europei, tra cui il diffondersi di nuove malattie, le catture di isolani da ridurre in schiavitù, conflitti e violenze varie.
“Il grado in cui il loro patrimonio culturale è stato trasmesso – ed è ancora presente oggi attraverso la lingua, le arti e le pratiche culturali – è piuttosto notevole e impressionante. Penso che questo grado di resilienza sia stato trascurato a causa della narrativa del ‘collasso’ e merita un riconoscimento”, spiega Carl Lipo, antropologo della Binghamton ed uno degli autori dello studio a cui ha partecipato anche Robert J. DiNapoli dell’Università dell’Oregon.

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