Combinazione di due farmaci sembra invertire artrite nei ratti

Una nuova speranza per chi soffre di artrite arriva da un nuovo studio pubblicato su Protein & Cell secondo il quale una particolare combinazione di farmaci può arrivare ad invertire l’artrite nei ratti.
Si tratta di due farmaci sperimentali che, secondo i ricercatori, riescono ad invertire i segnali cellulari molecolari dell’osteoartrite nei topi così come nelle cellule isolate in laboratorio prelevate dalla cartilagine umana.

Secondo Juan Carlos Izpisua Belmonte, l’autore principale dello studio nonché professore dell’Istituto Salk, si tratta di un metodo che risulterebbe facilmente tramutabile in una terapia clinica potenziale per essere umani.
Lo stesso ricercatore lascia intendere che questo stesso metodo deve essere perfezionato prima di un utilizzo sugli umani.

L’artrosi è un disturbo abbastanza comune tanto che colpisce 30 milioni di adulti in tutto il mondo. Si prevede che la sua diffusione debba aumentare nei prossimi anni a causa anche dell’invecchiamento medio delle persone nonché a causa dell’aumento del tasso di obesità.
I ricercatori hanno eseguito esperimenti su ratti giovani iniettando in essi particelle virali contenenti le istruzioni del DNA per produrre αKLOTHO (alfa-KLOTHO) e TGFβR2 (recettore beta TGF 2), due molecole che già precedenti ricerche avevano individuato come importanti per eventuali nuovi trattamenti dell’osteoartrite.

Sei settimane dopo l’inizio del esperimento i ratti che avevano ricevuto queste particelle mostravano un recupero della cartilagine rispetto ai topi del gruppo di controllo.
La cartilagine risultava più spessa; inoltre c’era un minor quantitativo di cellule morenti.
La malattia, in generale, nei topi migliorava dallo stadio 2 allo stadio 1 e non venivano osservati effetti collaterali particolari.

I ricercatori hanno poi eseguito esperimenti anche su cellule isolate in laboratorio prelevate da cartilagine umana. Dopo avere iniettato αKLOTHO e TGFβR2 anche in queste cellule, i ricercatori notavano un aumento delle molecole coinvolte nella proliferazione cellulare della cartilagine.
Come afferma Pedro Guillen, autore corrispondente dello studio, da questi risultati si potrebbe ricavare un trattamento praticabile per artrosi nell’uomo.

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