
Uno studio pubblicato su Clean Technologies[1] ha valutato l’efficacia di un innovativo sistema a membrane per rimuovere e recuperare il fluoro da acque sotterranee contaminate nella Rift Valley etiope, una delle aree più colpite al mondo da fluorosi.
Un problema cronico e pericoloso
Nella Valle del Rift, milioni di persone attingono a pozzi che contengono quantità di fluoro superiori fino a 15 volte ai limiti fissati dall’OMS. I livelli rilevati nei siti Meki-01 e Meki-02 superano i 20 mg per litro, rendendo l’acqua inadatta al consumo umano e provocando problemi come fluorosi dentale e scheletrica. Le caratteristiche geologiche della regione, ricca di rocce vulcaniche acide, sono una delle cause principali di questa contaminazione.
Un sistema integrato per rimuovere e recuperare
Il cuore dello studio è l’utilizzo combinato dell’osmosi inversa e della cristallizzazione a membrana, due tecnologie che hanno permesso non solo di depurare l’acqua con un’efficienza del 99% nella rimozione del fluoro, ma anche di recuperare i sali di fluoro in forma solida. Il sistema ha trattato acque classificate come brackish (oltre 1000 mg/L di solidi disciolti), ottenendo acqua potabile e limitando la produzione di scarichi liquidi.
Cristalli utili, minore impatto ambientale
La seconda fase del processo ha coinvolto due configurazioni di cristallizzazione: una a membrana osmotica e una a membrana sotto vuoto. Entrambe hanno concentrato il fluoro fino a livelli di oltre 300 mg/L, favorendo la formazione di cristalli. I sali recuperati mostrano forme piramidali e ottaedriche e contengono sodio, calcio, magnesio e altri elementi. Secondo i ricercatori, questi materiali possono essere reimpiegati, riducendo il problema dello smaltimento e valorizzando i residui.
Verso soluzioni sostenibili e accessibili
Il sistema si distingue per operare a basse temperature e pressioni contenute, riducendo i consumi energetici. La configurazione osmotica è risultata più economica e semplice da gestire, mentre quella a vuoto offre prestazioni elevate ma richiede più risorse. Gli autori auspicano l’integrazione futura con sistemi di evaporazione solare per raggiungere lo zero scarico. Questo approccio rappresenta una possibile svolta per le comunità prive di acqua sicura, combinando sostenibilità, recupero di risorse e riduzione dell’impatto ambientale.


