Consumo moderato di uova non associato a rischio più alto di malattie cardiovascolari

Un consumo moderato di uova, fino ad uno al giorno, non può essere collegato ad un rischio maggiore di malattie cardiovascolari, almeno nelle popolazioni analizzate da un nuovo studio apparso su The BMJ.

Le uova sono un alimento particolare: fornite di proteine di altissima qualità e di ferro nonché di acidi grassi insaturi, hanno però un contenuto relativamente alto di colesterolo. Proprio per questo vengono di solito sconsigliate a chi soffre di malattie cardiovascolari anche se ciò è stato ampiamente dibattuto nel corso degli ultimi anni a causa anche degli studi contrastanti.

Proprio per valutare l’eventuale sussistenza di un collegamento tra l’assunzione di uova e le malattie cardiovascolari, il team di ricerca ha utilizzato tre grandi studi di coorte statunitensi per un totale di più di 200.000 soggetti che non soffrivano di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e cancro, almeno all’inizio della raccolta dei dati. Tutti i soggetti lavoravano nel campo della salute (ad esempio erano infermieri). Il follow-up è durato 32 anni.

I ricercatori hanno analizzato il numero di casi di malattie cardiovascolari occorsi a queste persone, inclusi malattie coronariche e ictus.
Dopo vari aggiustamenti di fattori, tra cui età, stile di vita e fattori dietetici, i ricercatori non trovavano un’associazione tra una maggiore assunzione di uova e un maggior rischio di malattie cardiovascolari per persone che consumavano fino ad un massimo di un uovo al giorno.

Trovavano un rischio maggiore di malattie cardiovascolari quando veniva sostituito l’uovo al giorno con una porzione di carne rossa trasformata (rischio maggiore del 15%), carne non trasformata (10%) e latte intero (11%).
L’assunzione di altri alimenti, come pesce, pollame, legumi, formaggio e noci, non poteva essere collegata ad un maggior rischio di malattie cardiovascolari.

Si tratta però di uno studio per certi versi limitato. Anche se il numero di soggetti presi in esame è relativamente alto e il periodo di follow-up relativamente lungo, i soggetti erano tutti professionisti della salute, cosa che può essere un fattore sicuramente influenzante la loro dieta.
Una critica allo studio è stata pubblicata, in un editoriale collegato, dal professore Andrew Odegaard dell’Università della California, Irvine (vedi il secondo link più sotto).

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