COVID-19, anticorpi prodotti da sistema immunitario umano “evolvono” e sembrano sempre più efficaci

SARS-CoV-2 (verde) nelle cellule che rivestono l'intestino (credito: Rockefeller University)

Per quanto tempo dura l’immunità al nuovo coronavirus SARS-CoV-2 una volta che si è rimasti infetti? È una delle domande maggiormente poste da esperti così come dalla gente comune e che attende ancora una risposta definitiva. Intanto un nuovo studio, condotto dalla Rockefeller University, offre quella che può essere considerata una risposta incoraggiante.

Secondo i ricercatori, che hanno pubblicato i risultati il proprio studio su Nature Nature, le persone che hanno subito l’infezione dal nuovo coronavirus restano “protette, immunologicamente parlando, per almeno sei mesi. Il sospetto, secondo gli scienziati, però, è che questa protezione possa durare anche più a lungo, molto più a lungo.
Si tratta di una prova, quella fornita da questo studio, del fatto che il sistema immunitario umano riconosce e categorizza in maniera efficiente questo nuovo virus, cosa non scontata, e riesce a contrastarne l’infezione per diversi mesi grazie ai classici anticorpi.

I ricercatori hanno inoltre scoperto che gli anticorpi naturali prodotti dal corpo delle persone infettate migliorano con il passare del tempo in quanto, in un certo senso, continuano ad evolversi a causa dell’esposizione ai resti il virus che restano nascosti, soprattutto nel tessuto intestinale. Questo significa che se il soggetto viene esposto di nuovo al virus, la risposta delle cellule immunitarie risulta più rapida ed efficace, cosa che di per sé previene la reinfezione.

Secondo Michel C. Nussenzweig, uno dei ricercatori che ha guidato il team di ricerca, si tratta di risultati “entusiasmanti” in quanto chi resta infettata, e poi dopo guarisce, può restare protetto almeno per un po’di tempo.
Non in maniera eterna, però: gli stessi anticorpi circa non è il plasma per settimane o mesi ma poi loro livelli inevitabilmente cominciano a diminuire in maniera significativa. È quello che hanno scoperto i ricercatori facendogli esperimenti e analizzando le risposte anticorpali di 87 soggetti infettati dal nuovo coronavirus: sei mesi dopo l’avvenuta infezione, gli anticorpi erano ancora presenti ma erano notevolmente diminuiti.
A diminuire, parallelamente, era anche la capacità degli stessi partecipanti di neutralizzare in maniera efficace il virus.

Gli stessi ricercatori, però, scoprivano un’altra cosa interessante: le cellule B della memoria degli stessi pazienti, ossia quelle cellule create dal sistema immunitario per riconoscere l’agente patogeno e per poter produrre nuovi cicli anticorpi quando si viene reinfettati, non diminuivano con il tempo, anzi aumentavano.
Si tratta di una notizia ottima, come spiega Christian Gaebler, un altro autore impegnato nello studio, perché queste cellule servono ad attaccare quello che è considerato come il tallone d’Achille dei virus, ossia il dominio di legame del recettore.

Inoltre gli stessi ricercatori scoprivano che gli anticorpi prodotti dalle cellule B della memoria mutavano con il tempo e diventano sempre più efficaci, praticamente evolvendosi: “Ciò accade spesso nelle infezioni croniche, come l’HIV o l’herpes, dove il virus indugia nel corpo. Ma non ci aspettavamo di vederlo con SARS-CoV-2, che si pensa lasci il corpo dopo che l’infezione si è risolta”, spiega Nussenzweig.

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