COVID-19, farmaco antiparassitario ivermectina studiato da un team

Un farmaco è stato studiato per capire i suoi effetti sulla malattia di natura polmonare COVID-19 causata dal coronavirus SARS-CoV-2 da un team di ricerca dell’Università Monash di Melbourne, Australia, che ha collaborato con il Peter Doherty Institute of Infection and Immunity (Doherty Institute).
Il farmaco, denominato ivermectina, sembra, secondo quanto dichiara Kylie Wagstaff del Monash Biomedicine Discovery Institute, arrestare la crescita del nuovo coronavirus, almeno per quanto riguarda le colture cellulari in laboratorio, entro 48 ore.[1] Naturalmente si tratta solo di esperimenti con colture in laboratorio e non sono stati eseguiti neanche sperimentazioni su animali, quindi si tratta di una notizia da prendere con le classiche “molle”.

“Abbiamo scoperto che anche una singola dose potrebbe essenzialmente rimuovere tutto l’RNA virale in 48 ore e che anche a 24 ore si è verificata una riduzione davvero significativa”, spiega Wagstaff.[1]
L’ivermectina è un farmaco antiparassitario che già in passato è stato studiato, sempre in vitro, per i suoi effetti con vari virus tra cui l’HIV, la febbre dengue, l’influenza e il virus Zika. È stato anche studiato, sia in vitro che con esperimenti sui topi, contro il virus della pseudorabbia, una malattia virale dei suini.[1]
Naturalmente trattandosi di studi fatti solo in vitro, eventuali effetti simili anche su esseri umani sono comunque tutti da dimostrare.

Il prossimo passo è capire il dosaggio di questo farmaco in eventuali esperimenti da condurre in seguito, come lascia intendere Wagstaff.[1] Un aspetto utilissimo, qualora questo farmaco si rivelasse utile per contrastare la COVID-19 negli esseri umani, dell’ivermectina sta nel fatto che è un farmaco già approvato e che è sostanzialmente disponibile già in tutto il mondo. In questo modo le persone potrebbero essere aiutate prima di un vaccino la cui scoperta potrebbe portare via anche più di un anno.[1] Ma al momento è solo una speranza che potrebbe spegnersi del tutto con i prossimi studi.

Attualmente non è ancora noto il meccanismo con il quale questo farmaco agisce contro i virus. Probabilmente rende le misure di contrattacco del virus nei confronti delle cellule che tentano di eliminarlo più deboli, come lascia intendere la stessa Wagstaff.[1]
Il primo autore dello studio è Leon Caly del Royal Melbourne Hospital. La ricerca è stata pubblicata su Antiviral Research.[2]

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