COVID-19, studio conferma che inquinamento atmosferico è fattore importante

Un nuovo studio conferma che le particelle che sono alla base dell’inquinamento atmosferico possono fare da vettore per virus e batteri ed aumentarne la diffusione. Ciò vale anche per il virus SARS-CoV-2 che ha provocato la pandemia di COVID-19 in tutto il mondo. Si tratta di un collegamento, quello tra le particelle inquinanti presenti nell’atmosfera e il virus SARS-CoV-2, in effetti non analizzato appieno nonostante negli ultimi mesi siano apparsi migliaia di studi che hanno approfondito praticamente quasi ogni argomento possibile riguardante il nuovo coronavirus.

In particolare questo studio ha analizzato la situazione italiana e ha confermato che esiste un’associazione, definita come “significativa”, tra un’esposizione prolungata agli elementi inquinanti nell’aria e la gravità della COVID-19, sia a livello di mortalità che a livello di infettività.
Questi risultati potrebbero spiegare perché il nuovo coronavirus ha avuto un impatto maggiore su determinate regioni italiane piuttosto che su altre: l’inquinamento atmosferico, in particolare quello provocato da particolato fine (PM2.5, ovvero particelle con dimensioni uguali o minori di 2,5 micrometri; un micrometro è un millesimo di millimetro), può rappresentare un fattore ambientale determinante per la diffusione dei virus.

Anzi, il fattore relativo all’inquinamento sembra essere quello che, più degli altri, ha influito sui tassi di mortalità e di diffusione dell’infezione da COVID-19 in Italia.
“Abbiamo anche scoperto che le emissioni delle industrie, degli allevamenti intensivi e del traffico stradale, in ordine d’importanza, potrebbero essere responsabili di oltre il 70% dei decessi da COVID-19 a livello nazionale”, spiegano i ricercatori nel comunicato stampa.
In effetti le regioni settentrionali, tra cui quelle lombarde e venete nonché l’area emiliana, sono sicuramente contraddistinte da una maggiore presenza di fabbriche e aree industrializzate rispetto alle altre regioni del paese. Come ricorda il comunicato stampa che presenta lo studio, un rapporto pubblicato nel 2019 dall’Agenzia Europea dell’Ambiente ha classificato l’area della pianura padana come la regione più colpita dalla concentrazione di elementi inquinanti atmosferici di tutta Europa.

I ricercatori hanno utilizzato anche algoritmi di intelligenza artificiale per capire l’andamento dei contagi e della mortalità, algoritmi che hanno utilizzato anche per prevedere che con un aumento futuro dei livelli di inquinamento tra il 5 e il 10% si potrebbe avere un aumento degli effetti sanitari dei virus simili al SARS-CoV-2 anche fino al 30%, con un aumento potenziale dei decessi compreso tra il 4 e il 14%.
In ogni caso i ricercatori spiegano che cinque province in particolare (Cremona, Lodi, Piacenza, Bergamo e Brescia) hanno mostrato un eccesso di casi e di mortalità che non può essere spiegato solo con l’algoritmo e dunque con il maggior livello di inquinamento atmosferico. Significa che ci sono in ballo altre cause che hanno aggravato ancor di più gli effetti della diffusione del virus. Stessa cosa si può dire per alcune province del sud, tra cui Siracusa, Taranto, Trapani e Agrigento, che hanno mostrato invece una carenza di casi rispetto a quelli che si sarebbero potuti attendere tramite le analisi con gli algoritmi.
Lo studio, pubblicato su Environmental Pollution, è stato realizzato da un team internazionale di ricercatori tra cui Roberto Cazzolla Gatti, professore associato dell’Università Statale di Tomsk, Russia, Alena Velichevskaya, ricercatrice della suddetta università, e da alcuni fisici dell’Università degli Studi di Bari e della sezione di Bari dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) tra cui Nicola Amoroso, Alfonso Monaco e Andrea Tateo.

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