Dati archiviabili in materiali 2D, la svolta con nuova classe di metalli

Credito: Ella Maru Studios

Archiviare dati digitali in materiali 2D, ossia materiali che hanno uno spessore così piccolo che può essere paragonato al diametro di un atomo, è possibile?
Secondo un team di ricerca della scuola di ingegneria di Stanford la risposta è positiva.

I ricercatori hanno infatti creato un nuovo metodo per archiviare dati digitali tramite lo scorrimento di diversi strati di metallo sottili quanto un atomo posti l’uno sull’altro.
Secondo gli stessi ricercatori, questo metodo permette l’archiviazione di molti più dati in uno spazio minore rispetto ai classici chip di silicio. Allo stesso tempo il sistema consuma molto meno energia.

In particolare questa tecnologia potrebbe forse sostituire un giorno le cosiddette memorie flash (quelle, per esempio, delle classiche chiavette USB).
La svolta sarebbe arrivata grazie ad una nuova classe di metalli, scoperta da poco, con i quali si possono creare strati incredibilmente sottili, con uno spessore di soli tre atomi.

Iniettando dell’elettricità in questi strati posti uno sopra l’altro, si può causare lo spostamento (parliamo di una scala nanometrica) di ogni strato dispari, cosa che fa apparire lo strato spostato un po’diverso da quello che è sotto e da quello che è sopra.
Con un’altra piccola iniezione di elettricità si possono poi riallineare gli strati. La stessa disposizione degli strati diventa dunque il metodo base per la codifica delle informazioni digitali (in sostanza l’uno e lo zero dei classici bit).

Per leggere i dati, poi, si sfrutta un fenomeno quantistico denominato curvatura di Berry: un campo magnetico può manipolare gli elettroni degli strati di metallo per leggere la loro disposizione senza interferire.
Lo studio è stato pubblicato su Nature.

Approfondimenti

Articoli correlati

Condividi questo articolo

Dati articolo

Resta aggiornato su Facebook