Diffusione COVID-19 in Corea del Sud sembra scemare, come ci sono riusciti?

Negli ultimi giorni si sta parlando di “successo” riguardo a come la Cina ha affrontato il virus SARS-CoV-2 che provoca la malattia respiratoria COVID-19 che tanto si è diffuso nel paese e poi nel mondo. E sempre più spesso si fa riferimento al fatto che si tratta di uno stato non democratico in cui è più facile imporre sospensioni di servizi ed evitare assembramenti.
Tuttavia c’è uno stato perfettamente democratico che sembra stia riuscendo anch’esso ad ottenere gli stessi risultati, ossia a contrastare molto efficacemente la diffusione del virus. Parliamo della Corea del Sud che sta mostrando un controllo efficientissimo della diffusione dell’epidemia. Come ha fatto?

Come dichiara Raina MacIntyre, una studiosa esperta di malattie infettive dell’Università del Nuovo Galles del Sud, Australia, il successo che sta avendo la Corea del Sud, una nazione di poco più di 50 milioni di abitanti, quindi peraltro anche paragonabile all’Italia in termini di popolazione, sta nella capacità diagnostica su vasta scala.
In Corea del Sud, infatti, sono state testate più di 270.000 persone. Si parla, dunque, di 5200 test per ogni milione di abitanti, molto più di qualsiasi altro paese, anche della stessa Italia, i cui vertici governativi spesso si sono vantati per il numero di test effettuati.

Per far capire questa cifra facciamo un raffronto con gli Stati Uniti: questi ultimi hanno effettuato, almeno fino ad ora (c’è già stato l’annuncio del governo che il numero dei test aumenterà comunque moltissimo durante le prossime settimane) 74 test per ogni milione di abitanti.
Dunque questa è la tecnica migliore per limitare la diffusione del contagio? Effettuare quanti più tamponi possibili? In realtà le cose sono più complicate di quanto possano apparire, come lascia intendere la stessa scienziata.

Innanzitutto 5000 dei casi, il 66% del totale, di persone infette in Corea del Sud sono collegate a un grosso focolaio relativo ai fedeli della Chiesa Shincheonji di Gesù, focolaio relativamente controllabile perché limitato sia per popolazione che geograficamente.
Inoltre i vertici governativi temono che possa esserci lo scoppio di nuovi focolai durante le prossime settimane in particolare nella regione di Seul e nella provincia circostante di Gyeonggi, un’area che ospita 23 milioni di persone. A tal proposito già pochi giorni fa è stato segnalato un importante focolaio collegato ad un call center di Seul.

Proprio per questo i vertici governativi sono molto accorti a parlare di picco già raggiunto anche perché il 20% delle persone risultate positive sembra non avere alcun collegamento con i membri della setta, cosa che indica che c’è ancora un certo livello di diffusione del virus nella comunità attraverso focolai non ancora rilevati.
In ogni caso l’esperienza sudcoreana mostra che il numero dei test è essenziale per controllare una malattia infettiva emergente. Inoltre il Ministero dell’Interno ha diffuso anche un app per smartphone che può tracciare le persone in quarantena, dati molto importanti per controllare la nascita di nuovi cluster in tempo.

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