Disinfettante per mani, metodo rivoluzionario produce etanolo da rifiuti

Un disinfettante per le mani fatto con etanolo creato da rifiuti e resti di piante e di carta: è quello che sono riuscite ad inventare alcuni ricercatori dell’Università di Tel Aviv tramite un nuovo metodo per degradare la lignina, una sostanza che si trova nelle piante.
Si parla di un “processo rivoluzionario “ottimo anche per proteggere l’ambiente e per contrastare l’immissione nello stesso ambiente di agenti inquinanti che di solito si utilizzano per produrre saponi, detergenti e simili.

I ricercatori sono riusciti a produrre etanolo da rifiuti derivati da piante e carta. L’etanolo, infatti, detto anche alcol etilico, è la materia primaria con la quale si produce la maggior parte dei disinfettanti per le mani.
Si tratta di una notizia importante nel contesto dell’attuale pandemia globale di COVID-19 causata dal coronavirus SARS-CoV-2: lavare spesso le mani risulta fondamentale per limitare la diffusione del virus. Questo vuol dire che il bisogno degli stessi detergenti per le mani sta aumentando, cosa che naturalmente sta facendo aumentare anche la produzione industriale del prodotto con relativa fonte di inquinamento ambientale.

Produrre etanolo è, nella maggior parte dei casi, un processo inquinante per l’ambiente in quanto ha bisogno di campi estesi per coltivare il mais e di relativi pesticidi per controllare i parassiti e questo senza parlare delle enormi quantità di acqua di cui c’è bisogno per la sua produzione.
Alcuni paesi sono completamente dipendenti dagli altri per quanto riguarda la produzione di etanolo tanto che diversi governi mondiali hanno mostrato un certo livello di preoccupazione riguardo all’approvvigionamento di questa importante sostanza.

Il metodo inventato dai ricercatori israeliani vede l’utilizzo di rifiuti di tipo urbano o anche di tipo agricolo, come la paglia, e rifiuti provenienti dalla carta o dal cartone.
Il metodo non richiede l’utilizzo di materiali pericolosi e può essere implementato anche su piccola scala, una “vera svolta” come spiega Hadas Mamane, uno dei ricercatori impegnati nel progetto.

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