E se arrivasse un nuovo oggetto interstellare? Ecco come potremmo intercettarlo

Quando abbiamo intercettato il primo oggetto interstellare individuato nel nostro sistema solare, denominato ‘Oumuamua, diverse ipotesi sono state fatte sulla sua natura e soprattutto sulla sua origine. In realtà i dati che abbiamo acquisito riguardo a questo oggetto sono stati pochi per due motivi: innanzitutto questo oggetto si muoveva ad una velocità molto alta e poi è stato intercettato in relativo ritardo. In sostanza abbiamo guardato in quel punto del nostro sistema solare troppo tardi per carpire informazioni davvero interessanti.
Questa mancanza di informazioni riguardo a ‘Oumuamua ha, tra l’altro, rinvigorito tutte quelle storie più fantasiose riguardanti una eventuale natura artificiale dell’oggetto che, secondo alcuni, potrebbe essere una sonda aliena mandata ad osservare il nostro sistema, come riferisce Universe Today che dipendono studio apparso su arXiv.

La prossima volta non dobbiamo farci trovare impreparati

È essenziale, dunque, non farci trovare impreparati la prossima volta che un oggetto del genere entrerà o comunque sarà individuato nel nostro sistema solare. Proprio per questo risulta importante studiare e capire fin da ora come poterli intercettare al meglio.
Ed è proprio su questo argomento che è incentrato un nuovo studio, pubblicato su ArXiv, che analizza l’eventualità di una missione per intercettare in maniera più efficiente il prossimo oggetto interstellare.

Metodo migliore? Una sonda che raggiunge il bersaglio

Secondo i ricercatori il metodo migliore per intercettare oggetti così veloci e lontani è usare una sonda che si avvicini all’oggetto bersaglio per poterlo analizzare così come nessun altro telescopio terrestre o orbitante potrebbe fare. Si potrebbe dunque pensare di combinare due tecnologie: quella della vela solare e quella delle sonde spaziali militarizzate denominate CubeSat.

I CubeSat

I CubeSat, piccole sonde o satelliti delle dimensioni di una scatola di scarpe, hanno già mostrato di funzionare benissimo non solo come satelliti intorno al nostro pianeta ma anche quando sono stati inviati come sonde d’appoggio nel viaggio del lander InSight verso Marte.
E le dimensioni non devono ingannare: con i livelli di miniaturizzazione delle tecnologie a cui siamo arrivati oggi, non c’è bisogno di sonde molto grandi per includere tutti i principali strumenti di analisi di un oggetto cosmico.

La vela solare

La tecnologia della vela solare, pur non essendo mai messa in pratica per viaggi a lunga distanza (è proprio per questi ultimi, infatti, che una tecnologia del genere mostrerebbe tutto il suo vero potenziale), è stata teorizzata a più riprese e molte simulazioni hanno mostrato che dovrebbe funzionare senza troppi problemi.
Una vela solare di dimensioni ridotte è stata per esempio già utilizzata per la missione della sonda IKAROS della JAXA su Venere mentre c’è un progetto in corso, denominato LightSail 2 e organizzata dalla Planetary Society, che ha già visto alcuni esperimenti al riguardo, con vele solari orbitanti intorno alla Terra, che hanno mostrato esito positivo.

Sonda da “parcheggiare” in orbita intorno al sole

Secondo i ricercatori una sonda delle dimensioni di un CubeSat dotata di una vela solare potrebbe essere “parcheggiata” in una certa orbita intorno al sole. In questa posizione questa sonda aspetterebbe gli eventuali comandi impartiti dalla Terra qualora venisse individuato un nuovo e veloce oggetto “strano” o comunque proveniente dall’esterno del nostro sistema solare.
Una volta impartito il comando con le relative coordinate, questa sonda dovrebbe poter raggiungere, proprio grazie alla sua vela solare, l’oggetto in questione e scattare foto ad alta risoluzione nonché eseguire analisi di vario tipo. I dati, naturalmente, verrebbero poi trasmessi sulla Terra. In una visione più a lungo termine e con una tecnologia più avanzata si potrebbe pensare anche di raccogliere un campione di questo oggetto per riportarlo sulla Terra.

La difficoltà principale: il calore del sole

La maggiore difficoltà, secondo i calcoli effettuati dai ricercatori, risiederebbe nel calore che la vela solare comunque catturerebbe per poter funzionare. La vela solare in questione dovrebbe viaggiare più vicino al sole di quanto abbia mai fatto qualunque altra vela solare.
Secondo i ricercatori una soluzione potrebbe essere usare, come rivestimento della vela, alluminio rivestito con Kapton. Quest’ultimo è un poliimmide sviluppato alla fine degli anni 60 che riesce a rimanere stabile a varie temperature che possono andare da -269° a +400°. Tale pellicola di investimento, però, non dovrebbe appesantire troppo il veicolo.

Note e approfondimenti

  1. A Fast Response Mission to Rendezvous with an Interstellar Object (IA) (arXiv: 2106.14319) (PDF)

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