Elettrodo intraneurale bypassa l’occhio e fornisce segnali visivi al cervello

L'elettrodo intraneurale (credito: EPFL / Markus Ding)

Un dispositivo che “aggira” del tutto il bulbo oculare inviando messaggi al cervello dei non vedenti è stato sviluppato da ricercatori dell’EPFL in Svizzera e della Scuola Superiore Sant’Anna in Italia.
Il dispositivo stimola direttamente il nervo ottico con un elettrodo di nuova generazione denominato OpticSELINE.
Nello studio, pubblicato su Nature Biomedical Engineering, si riportano riscontri positivi avvenuti già in esperimenti eseguiti sui conigli.

Il dispositivo di stimolazione intraneurale si basa sulla produzione di fosfeni tramite i quali gli utenti riescono a “vedere” la luce bypassando l’occhio.
La tecnologia di base fa parte già di diverse tipologie di impianti retinici ma questi dispositivi protesici non sono adatti a tutte le patologie. Per esempio le persone con retinite pigmentosa di solito non possono giovare di questa tecnologia.

D’altra parte altri dispositivi che agiscono direttamente sul cervello, come gli impianti cerebrali che stimolano in maniera diretta la corteccia visiva, sono considerati ad oggi ancora rischiosi.
Questa nuova soluzione intraneurale può essere in un certo senso considerata come una via di mezzo che raccoglie gli aspetti positivi di entrambe le tecnologie.

Come descritto nel comunicato stampa pubblicato sul sito dell’EPFL, questi dispositivi oltre a fornire informazioni visive utili ai pazienti risultano stabili e, una volta impiantati, hanno meno probabilità di muoversi.
Gli elettrodi, infatti, vengono posizionati tramite un’operazione chirurgica intorno e attraverso il nervo.

I ricercatori hanno anche sviluppato un algoritmo per decodificare i segnali corticali perché ogni stimolazione indotta dagli elettrodi induce nel cervello un modello specifico e unico.
Diego Ghezzi, uno degli autori dello studio, dichiara: “Per ora, sappiamo che la stimolazione intraneurale ha il potenziale per fornire modelli visivi informativi. Ci vorranno feedback da parte dei pazienti in futuri studi clinici al fine di mettere a punto questi schemi. Da una prospettiva puramente tecnologica, potremmo fare prove cliniche domani”.

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