Elettronica indossabile più confortevole grazie al grafene

Tessuto con solfuro di zinco Innestato tra due strati di grafene (credito: Dr Elias Torres Alonso, University of Exeter)

Il campo dell’elettronica indossabile avanza sempre di più ma i problemi restano sempre gli stessi: quasi tutte le tecnologie indossabili non fanno sentire gli utenti a proprio agio perché la gran parte dei tessuti intelligenti odierni prevede che l’elettronica debba essere applicata su di essi in modo da essere attaccati alla superficie e da dover essere rimossi quando poi il capo di vestiario deve essere lavato, cosa che può essere a tratti stressante.

Nuove ricerche su tessuti elettronici con i dispositivi innestati direttamente nelle fibre (si parla di componenti così flessibili e leggeri da poter essere innestati anche nelle fibre di una semplice T-shirt, per esempio) stanno però impegnando molti scienziati dei materiali e in generale dell’elettronica flessibile e indossabile un po’ in tutto il mondo.
Un nuovo progetto, portato avanti da Ana Neves, ricercatrice dell’Università di Exeter, nel Regno Unito, specializzata in elettronica indossabile, vedrebbe l’utilizzo di una strategia che va proprio in questo senso: componenti leggeri e flessibili innestati direttamente nelle fibre dei tessuti.

Questa nuova tecnica prevede un rivestimento di grafene, materiale sicuramente più idoneo per l’utilizzo nei tessuti in quanto molto fine (è spesso pochi atomi) e dunque molto leggero e flessibile (può essere allungato, per esempio, senza rimanere deformato, caratteristica essenziale per un capo di vestiario).
Finora gli scienziati dietro a questo progetto hanno realizzato un nuovo tessuto utilizzando materiali che emettono luce, in particolare solfuro di zinco innestato tra due strati di grafene, i quali fungono da conduttori.

In tal modo il tessuto si accende letteralmente producendo anche colori diversi: “Può essere usato per rendere visibile a distanza una giacca o uno zaino. Ad esempio, se un bambino si perde, l’attivazione delle fibre che emettono luce aumenterebbe la visibilità, aiutando le squadre di ricerca e soccorso a individuarle da un elicottero”, riferisce la stessa Neves.
L’energia necessaria potrebbe essere raccolta dai movimenti stessi della persona: in questo modo i tessuti risulterebbero del tutto autoalimentati. Inoltre, dato che la stessa tecnologia relativa alle celle solari sta facendo sì che queste ultime possono diventare sempre più piccole e compatte, si potrebbe pensare anche a tessuti che si alimentano con la luce del sole.

Fonti e approfondimenti

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