Farmaco mirtazapina sembra non utile per trattare agitazione in persone con demenza secondo nuovo studio

Un team di ricercatori dell’Università di Plymouth ha scoperto che un farmaco che di solito si usa per contrastare l’agitazione nelle persone affette da demenza in realtà non è più efficace di una sostanza placebo, come riferisce il comunicato emesso dall’Università inglese sul suo sito ufficiale.[1] Lo studio è stato pubblicato su The Lancet.[2]

L’agitazione è uno dei sintomi più comuni della demenza e viene accompagnata, almeno di solito, da attività verbale o motoria inappropriate. In alcuni casi può sfociare in comportamenti aggressivi a livello fisico e verbale, come riferisce il comunicato.[1]
Quando il primo intervento non farmacologico non ha successo, di solito si consigliano farmaci come la mirtazapina. I ricercatori hanno voluto capire l’effettiva efficacia di questo farmaco analizzando le reazioni all’assunzione di 204 partecipanti.[1]

I risultati mostravano che il livello di agitazione non diminuiva dopo 12 settimane dall’inizio del trattamento rispetto ai soggetti trattati con una sostanza placebo. Anzi, nel gruppo della mirtazapina c’erano stati più decessi entro la 16ª settimana (sette decessi) rispetto al gruppo placebo (solo un decesso). Un dato, quello sui decessi, che comunque ha una rilevanza statistica marginale come ammette il comunicato rispetto ai risultati relativi alla mancata diminuzione dello stato di agitazione in che assumeva il farmaco.[1]
“È davvero importante che questi risultati vengano presi in considerazione e che la mirtazapina non sia più utilizzata per trattare l’agitazione nelle persone con demenza”, spiega Sube Banerjee, ricercatrice a Plymouth e una delle principali dello studio.[1]

Note e approfondimenti

  1. L’antidepressivo comune non dovrebbe più essere usato per curare le persone con demenza, dice lo studio – Università di Plymouth (IA)
  2. Study of mirtazapine for agitated behaviours in dementia (SYMBAD): a randomised, double-blind, placebo-controlled trial – The Lancet (IA) (DOI: 10.1016/S0140-6736(21)01210-1)

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