Foresta amazzonica potrebbe collassare in meno di 50 anni una volta superato punto di non ritorno

Un nuovo studio apparso su Nature Communications si è concentrato sulla velocità con le quali gli ecosistemi di diverse dimensioni possono scomparire una volta che hanno raggiunto il cosiddetto “punto di non ritorno”.
Oltrepassato questo punto, questi sistemi, ad esempio le foreste, collassano e si trasformano in un altro tipo di ecosistema.

Collasso della foresta amazzonica durerebbe solo 49 anni

Naturalmente il pensiero va subito alla foresta amazzonica, di cui spesso si è parlato in passato in relazione al suo “punto di non ritorno”. Questa grande foresta pluviale, secondo lo studio, dopo aver superato tale punto, potrebbe infatti trasformarsi in un altro tipo di ecosistema con un mix di alberi e di distese erbose, sostanzialmente una savana, in 49 anni, secondo i modelli.
Per le barriere coralline dei Caraibi, invece, i modelli dei ricercatori stimano un periodo di 15 anni una volta innescato il collasso.

Impatti enormi, l’umanità deve prepararsi

Naturalmente alcuni di questi cambiamenti potrebbero avere impatti enormi su tutto il globo e sugli esseri umani, dalla fornitura di ossigeno fino a quella di cibo e materiali.
“L’umanità deve prepararsi ai cambiamenti molto prima del previsto”, dichiara Simon Willcock della Scuola di Scienze Naturali dell’Università di Bangor.
Gli scienziati hanno inoltre calcolato che gli ecosistemi di grandi dimensioni innescano questo cambiamento in più tempo rispetto ai sistemi di piccole dimensioni “ma in modo sproporzionatamente più veloce” una volta iniziato il cambiamento, come descritto nell’abstract dello studio.

Cambiamenti su scale temporali “umane”

I modelli descritti da ricercatori implicano che questi cambiamenti negli ecosistemi terrestri, anche degli ecosistemi più grandi come la foresta pluviale amazzonica o le barriere coralline dei Caraibi, possono accadere su scale temporali “umane” di anni e decenni una volta innescato il processo iniziale.
E nello stesso abstract viene spiegato che la stabilità apparente a lungo termine di questi grandi ecosistemi, che possono apparire poco disturbati dai fattori esterni, in primis quelli antropogenici, può rivelarsi ingannevole in relazione alla potenziale velocità del collasso.

Biodiversità è importante

Cosa si può fare? Sappiamo che ecosistemi del genere contano su diverse specie interagenti. Gli ecosistemi più stabili, infatti, richiedono un quantitativo di tempo maggiore per trasformarsi in altri tipologie di ecosistemi in quanto possono contare su specie animali per non oltrepassare punto di non ritorno.

L’esempio più palese è quello degli elefanti: queste specie mangiano foglie e frutti e poi disperdono i semi, tramite le feci, anche a grande distanza favorendo la replicazione delle stesse piante. Esempi come questi sono moltissimi in natura e anche le giungle tropicali come quella dell’Amazzonia contano su moltissime specie di animali per la riproduzione delle piante.

Proprio per questo, “dobbiamo fare di più per conservare la biodiversità”, come spiega chiaramente Gregory Cooper, dell’Università di Londra.
La biodiversità è dunque importante non solo per un “mero” discorso animalistico ma anche per conservare e far restare intatti quegli ambienti che sono assolutamente necessari per la nostra stessa presenza sul pianeta.

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