Gli alieni? Non li vediamo perché civiltà collassano o si danno alla “decrescita” tecnologica secondo studio

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Una delle risposte più “classiche” al paradosso di Fermi risiede nell’impossibilità, da parte di una civiltà intelligente, di rimanere stabile man mano che il progresso tecnologico avanza. In sostanza quando una civiltà arriva ad un certo livello tecnologico probabilmente crea anche le condizioni perfette per il suo collasso. È l’ipotesi contenuta anche in un nuovo studio, pubblicato su Royal Society Open Science e segnalato su Space.com.

Una civiltà può collassare perché non riesce più a ricavare l’energia necessaria

Secondo Michael Wong, un ricercatore della Carnegie Institution for Science, e Stuart Bartlett, un collega del California Institute of Technology, probabilmente non vediamo civiltà aliene perché una civiltà sufficientemente avanzata arriva ad un punto in cui o crolla, per un collasso della stessa società in quanto non riesce più a ricavare l’energia necessaria per il continuo progresso, oppure comincia a dare priorità ad una sorta di omeostasi.

L’omeostasi di un’ipotetica civiltà

In pratica per una civiltà che arriva ad un determinato livello di progresso tecnologico l’espansione cosmica può non essere più un obiettivo. Ciò può rendere questa civiltà automaticamente molto più difficile da rilevare a grossa distanza. E questo potrebbe essere il motivo principale per il quale non vediamo civiltà così avanzate da poter essere facilmente visibili o comunque individuabili in tutta la galassia o comunque in ampie zone di essa.

Concetto di crescita superlineare delle città

I ricercatori hanno preso in considerazione, per formulare queste ipotesi, il concetto di crescita superlineare delle città. Una città tendere più o meno sempre a crescere in dimensioni, in popolazione e per ciò che concerne il consumo di energia. Tuttavia per ogni città si arriva ad un punto di crisi, una sorta di “singolarità”, in cui si verifica un rapido arresto della crescita. A questo segue un collasso e quindi la fine di quella civiltà.
Assumendo che una civiltà planetaria possa essere considerata come una città globale virtualmente connessa, anch’essa dovrà arrivare al punto dell’esaurimento asintotico. Si tratta di una crisi, un atto finale, in cui “la scala temporale dell’intervallo di singolarità diventa più piccola della scala temporale dell’innovazione”.

Civiltà vicine al collasso sarebbero poi quelle più facili da individuare

Paradossalmente le civiltà vicine al collasso sarebbero poi quelle più facili da individuare dalla Terra. Una civiltà vicina al collasso si ritroverebbe al punto da consumare grossissime quantità di energia, in maniera pressoché “selvaggia” oltre che insostenibile, e proprio quello sarebbe il “momento buono” per un’altra civiltà che volesse individuarla.

Risveglio omeostatico

L’unico modo per evitare questo destino, secondo i ricercatori, risiede nell’altra possibilità, quella del “risveglio omeostatico”. Prossima al collasso, una civiltà potrebbe saggiamente decidere dire reindirizzare parte dell’energia che ha usato fino a quel momento non più per una crescita illimitata ma per dare più priorità al benessere sociale e, soprattutto, ad uno sviluppo più sostenibile ed equo. Non è detto che una civiltà del genere debba per forza dismettere l’esplorazione spaziale ma non avanzerebbe più tecnologicamente a livelli esponenziali come in precedenza. Questo, naturalmente, la renderebbe più difficile da individuare.

Esempi di “mini risvegli”

Esempi di “mini risvegli” potrebbero aver tra l’altro già caratterizzato l’umanità, secondo i ricercatori. Ad esempio la riduzione delle armi nucleari avvenuta con gli accordi del secolo scorso oppure l’arresto del buco dell’ozono potrebbero essere considerati come “indietreggiamenti”, seppur limitati, di fronte a dei collassi più o meno sicuri.

Note e approfondimenti

  1. Asymptotic burnout and homeostatic awakening: a possible solution to the Fermi paradox? | Journal of The Royal Society Interface (DOI: 10.1098/rsif.2022.0029)

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