
Uno studio pubblicato su BMC Psychology[1] indaga le radici psicologiche dell’autolesionismo negli studenti, concentrandosi su umore negativo, impulsività e funzioni esecutive compromesse.
L’autolesionismo non suicidario in crescita
Il comportamento autolesivo intenzionale ma privo di intenti suicidari, noto come NSSI, è in aumento tra i giovani. Si tratta di gesti che non mirano alla morte ma che riflettono comunque un forte disagio interiore. Secondo i ricercatori, queste condotte sono spesso legate a difficoltà nella gestione delle emozioni e nella regolazione cognitiva.
Il ruolo centrale dell’umore negativo
Guo e il suo team spiegano che uno stato d’animo negativo, come tristezza persistente o frustrazione, può spingere molti giovani a ricorrere all’autolesionismo come forma di sfogo o regolazione. L’umore nero, se non affrontato con strumenti adeguati, diventa così un fattore scatenante importante nei comportamenti autodistruttivi.
Impulsività e funzioni esecutive compromesse
Un altro elemento determinante è l’impulsività. I ragazzi che hanno difficoltà a controllare i propri impulsi tendono a reagire con comportamenti estremi alle emozioni forti. Inoltre, il funzionamento alterato delle cosiddette funzioni esecutive – come la pianificazione, l’autocontrollo o la presa di decisioni – aggrava la situazione, rendendo più probabile l’insorgere di condotte lesive.
Verso una migliore comprensione e prevenzione
Questa ricerca arriva in un momento cruciale, mentre psicologi e operatori della salute mentale cercano di comprendere meglio le cause dell’autolesionismo non suicidario. Isolare i fattori di rischio come umore negativo e impulsi fuori controllo è fondamentale per costruire strategie di intervento efficaci e sostenere gli studenti prima che il disagio diventi cronico.


