Grafene sul cibo per incorporare etichette e sensori: è in arrivo l’elettronica commestibile?

Una fetta di pane in cassetta con il suo bel tag in grafene stampato sulla superficie (credito immagine: Jeff Fitlow / Rice University)

Un nuovo metodo di utilizzo del grafene è stato reso noto da un gruppo di scienziati della Rice University che dichiarano di essere riusciti a fare quello che sembra essere l’impossibile, ossia incorporare il grafene direttamente negli alimenti con il fine di facilitare l’accorpamento di etichette e sensori vari in quella che può essere considerata come una vera e propria elettronica commestibile.
Secondo James Tour, che già in passato aveva provato con successo a trasformare biscotti in grafene, sta progettando schemi particolari di grafene affinché possano essere incorporati negli alimenti. Lo stesso scienziato ci tiene a precisare: non è inchiostro, è lo stesso materiale che compone l’alimento ad essere convertito in grafene, con un procedimento che non non lo rende per nulla dannoso per il corpo.

Si tratta di una estensione del concetto secondo cui ogni cosa che contiene una certa quantità di carbonio può essere convertita in grafene. Il metodo che questi scienziati hanno introdotto va a creare quello che è denominato come grafene indotto da laser (laser-induced graphene, LIG), che consiste in microscopiche scaglie di grafene reticolate e che può essere utilizzato per una varietà di applicazioni, dagli RFID fino ai sensori biologici.
Oltre che negli alimenti, il grafene indotto dal laser può essere applicato sulla carta, sul cartone, sulla stoffa, eccetera.

Il concetto, secondo lo stesso Tour, è più o meno questo: ogni alimento in futuro avrà il suo piccolo tag RFID incorporato, del tutto commestibile e che farà parte del cibo stesso (e che dunque avrà la sua consistenza e il suo sapore), che incorporerà varie informazioni, dal giorno e orario in cui è stato impacchettato al paese di origine fino alla data di scadenza. In una visione più ottimistica e più avanzata, questi tag potrebbero finanche illuminarsi nel caso rilevassero batteri o germi dannosi nel cibo.
Il tag verrebbe letteralmente “scritto” sul materiale (sul cibo o sulla stoffa, per esempio) tramite un laser a passaggi multipli con azione fototermica. Il laser converte la superficie dell’alimento o del materiale in carbonio amorfo e, in un secondo passaggio, lo trasforma in LIG.

Fonti e approfondimenti



Condividi questo articolo

Resta aggiornato su Facebook: clicca su “Mi piace questa pagina”


Commenta per primo

Rispondi