
L’Islanda, nota come la terra del fuoco e del ghiaccio, ha assistito a un’impennata dell’attività vulcanica dal 2021, con sette eruzioni verificatesi lungo la penisola di Reykjanes. Questi eventi hanno catturato l’attenzione degli scienziati della Terra che sono ansiosi di studiare i meccanismi alla base di queste eruzioni.
Una nuova ricerca
Una ricerca pubblicata su Nature[1] , ripresa dal professore di geoscienze dell’Università della California a San Diego James Day su The Conversation, [2] rivela che l’eruzione iniziale del 2021 al vulcano Fagradalsfjall è stata alimentata dal magma che si è accumulato appena sotto la superficie dell’isola. Questo accumulo di energia ha portato a una potente eruzione che ha preparato il terreno per la successiva attività vulcanica nella regione.
Le forze geologiche in gioco
La penisola di Reykjanes, che era rimasta dormiente per circa 800 anni, è diventata improvvisamente attiva con l’eruzione di Fagradalsfjall nel marzo 2021. Questa è stata seguita da ulteriori eruzioni nel 2022 e nel 2023 e da una serie di eruzioni nel 2023 e nel 2024 nel sistema di fessure di Sundhnúkur. La posizione dell’Islanda sulla dorsale medio-atlantica, dove le placche nordamericana ed eurasiatica si stanno gradualmente allontanando, gioca un ruolo cruciale in questi eventi. La dorsale produce nuova crosta a una velocità di circa un centimetro all’anno, contribuendo all’attività vulcanica osservata.
Impatto e implicazioni
Le eruzioni hanno minacciato gli insediamenti vicini, tra cui la città di pescatori di Grindavík, nonché infrastrutture critiche come la centrale geotermica di Svartsengi e la famosa spa Blue Lagoon. Il flusso di lava ha raggiunto i confini della città e solo attraverso l’intervento umano, come la costruzione di berme, è stata evitata un’ulteriore distruzione. Questi eventi sottolineano l’importanza di comprendere i processi vulcanici per prepararsi meglio e mitigare gli impatti delle future eruzioni.

