Immigrati messicani negli USA e loro figli più a rischio di obesità causa stress

Un documento che mostra che lo stress e le abitudini alimentari malsane sono fattori collegati per quanto riguarda i livelli di obesità negli adulti e nei loro bambini arriva da un team di ricercatori della Rutgers.
Nel loro studio, pubblicato su Progress in Community Health Partnerships, i ricercatori prendono come esempio gli immigrati messicani negli Stati Uniti, in particolar modo quelli che, essendo privi di documenti e di autorizzazioni per restare nel paese, temono costantemente di essere scoperti e rimandati indietro.

Ciò causa forti stati di stress, di ansia e di depressione che li porta ad avere meno attenzione a ciò che mangiano e a portare avanti diete molto più malsane, basate sul cosiddetto “cibo spazzatura”.
I ricercatori si sono concentrati soprattutto sugli immigrati messicani residenti a New Brunswick, nel New Jersey. In questa città il 50% dei residenti è rappresentato da immigrati messicani. I ricercatori hanno calcolato che quasi un terzo dei bambini nelle famiglie degli immigrati messicani risulta obeso.

I ricercatori sono giunti alla conclusione che gli immigrati messicani risultano essere a maggior rischio di obesità dopo essere arrivati negli Stati Uniti in quanto fanno molto più affidamento sugli alimenti a basso costo, di quelli prontamente disponibili e più ricchi di zuccheri.
La paura di essere deportati, scoragge queste persone dal contattare strutture sanitarie che potrebbero aiutarle, ad esempio, a portare avanti diete più benefiche, come lascia intendere Karen D’Alonzo, ricercatrice del Center for Community Health Partnerships della Rutgers, autrice principale dello studio. Inoltre anche la mancanza di tempo per fare la spesa per cucinare rappresentava un fattore di cui tener di conto.

“Molti genitori di origine messicana hanno riferito di sentirsi in colpa per le preoccupazioni di deportazione e di figli dei loro figli negli Stati Uniti, permettendo loro di mangiare quello che vogliono”, spiega la D’Alonzo. “Inoltre, pochi bambini si sono uniti alle squadre sportive, soprattutto se era richiesto un significativo coinvolgimento dei genitori. I genitori lavoravano o stavano a casa per non farsi vedere”.

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