Incendi, acido nitroso più pericoloso di quanto previsto in precedenza per l’area

Credito: sippakorn, Pixabay, 4755030

A seguito degli incendi, soprattutto quelli di vasta portata, è l’acido nitroso a svolgere un ruolo molto importante per quanto riguarda l’inquinamento conseguente dell’atmosfera. È quello che spiega un team di studio in una nuova ricerca apparsa su Nature Geoscience. Gli stessi scienziati che hanno redatto questo studio hanno scoperto che, a seguito degli incendi, questa sostanza chimica raggiunge livelli più alti di quanto calcolato in precedenza, cosa che naturalmente danneggia la qualità dell’aria.

Secondo Rainer Volkamer, un professore di chimica della suddetta università e autore principale della ricerca, quello che i ricercatori hanno scoperto è che il livello di acido nitroso presente nei pennacchi e nel fumo degli incendi in tutto il mondo è almeno da due a quattro volte più alto rispetto a quanto mai calcolato. Secondo Volkamer, questa sostanza alla fine altera la formazione dell’ozono nell’atmosfera con evidenti conseguenze per i polmoni.
Questo perché l’acido nitroso agevola la formazione del radicale idrossile, un ossidante non proprio benefico.

Lo stesso acido nitroso, come hanno scoperto ricercatori, da solo è responsabile del 60% della produzione di questo ossidante nel fumo degli incendi. Questo ossidante non solo accelera la produzione dell’ozono ma può anche degradare i gas serra. La sostanza, comunque, si degrada abbastanza velocemente alla luce del Sole e proprio per questo i suoi livelli non sono stati calcolati con esattezza in precedenza.
In questo caso i ricercatori ci sono riusciti confrontando misurazioni effettuate simultaneamente da satelliti e da sorvoli aerei nei fumi degli incendi, una vera e propria sfida di campionamento evidentemente mai messa in pratica prima.
“Misurazioni simultanee condotte a diverse scale temporali e spaziali ci hanno aiutato a capire e utilizzare quelle che sono le prime misurazioni globali di acido nitroso da parte dei nostri colleghi belgi”, spiega Volkamer. Lo studio è stato infatti condotto in collaborazione con altri ricercatori dell’Istituto belga per l’aeronomia spaziale.

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