Indigeni del Nuovo Messico sopravvissero a siccità devastanti, ecco come si procuravano acqua

Mappa della grotta analizzata da ricercatori con diversi particolari tra cui la posizione dei depositi di ghiaccio (credito: DOI: 10.1038/s41598-020-76988-1 | Scientific Reports, Mappa (b) e sezione trasversale (c) per gentile concessione di VJ Polyak & R. Knapp)

Nelle aree dell’odierno Nuovo Messico occidentale più di 10.000 anni fa viveva una popolazione indigena, appartenente al macrogruppo dei cosiddetti “Pueblo”, conosciuta per la sua società abbastanza complessa, per la sua architettura unica e per quelli che vengono considerati come alcuni tra i primi sistemi economici e politici del continente americano.
Vivevano in un’area che poi gli esploratori spagnoli avrebbero denominato El Malpais, ossia “la terra cattiva”. Questo perché si trattava di un luogo molto arido (come lo è ancora oggi, d’altronde) e desertico che richiedeva un ingegno particolare anche solo per sopravvivere o per poter ottenere l’acqua necessaria. Ma come fecero questi indigeni non solo a sopravvivere ma a costruire fiorenti società complesse e funzionali?

Una interessante risposta arriva da un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports. Secondo il professore di geoscienze della University of South Florida Bogdan Onac, queste popolazioni sopravvissero ad eventi di siccità devastanti procurandosi l’acqua necessaria dal ghiaccio antico che si trovava nelle profondità delle grotte del luogo.
I ricercatori hanno infatti trovato alcune tracce, tra cui materiale carbonizzato, all’interno di queste grotte risalenti ad un periodo compreso tra il 150 e il 950 d. C. Si trattava molto probabilmente di piccoli fuochi che gli stessi esploratori, dopo essersi introdotti nelle profondità delle grotte, usavano per sciogliere il ghiaccio e per usare quest’ultimo come acqua.

La scoperta è stata fatta in un cosiddetto “tubo di lava” con diversi strati di ghiaccio nelle sue profondità all’interno del quale ricercatori hanno effettuato datazione al radiocarbonio oltre ad altre analisi investigative.
Analizzando proprio questi depositi di ghiaccio, i ricercatori hanno trovato quelle che vengono definite nel comunicato stampa come “prove inequivocabili” di almeno cinque importanti eventi di siccità che hanno avuto un impatto profondo sulle società dei Pueblo della zona.

Queste fasi di forte siccità sarebbero avvenute lungo un periodo di 800 anni, un periodo durante il quale queste popolazioni accedevano a questa ampia grotta, il cui ingresso è situato a più di 2200 metri sul livello del mare, alla ricerca di blocchi di ghiaccio. Molto spesso raccoglievano acqua direttamente da pozze temporanee poco profonde che si formavano a seguito dello scioglimento stagionale del ghiaccio. Tuttavia quando queste pozze non erano sufficienti o non si formavano, i raccoglitori non esitavano ad inoltrarsi nelle profondità per arrivare ai blocchi di ghiaccio e per scioglierli con piccoli fuochi.

Oltre alle tracce di carbone e di cenere derivanti proprio da questi fuochi, i ricercatori hanno trovato anche un frammento di ceramica, segno distintivo di un contenitore che serviva a trasportare l’acqua scioltasi all’esterno della grotta.
“Lo scioglimento dei ghiacci nelle attuali condizioni climatiche sta scoprendo e allo stesso tempo minacciando una fragile fonte di prove paleoambientali e archeologiche”, aggiunge lo stesso Onac lasciando intendere che probabilmente in futuro interessanti prove del genere non potranno essere più trovate in quanto i ghiacci tenderanno inevitabilmente a sciogliersi sempre di più.

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