Intelligenza artificiale scrive studio scientifico su sé stessa, ricercatrice “sbalordita”

Credito: geralt, Pixabay, ID: 7291057

Ha provato a far scrivere all’algoritmo GPT-3 un documento accademico su se stesso ottenendo risultati che poi l’hanno “sbalordita”. Lo riferisce, in un nuovo articolo su Scientific American, Almira Osmanovic Thunström, una ricercatrice presso l’Istituto di Neuroscienze e Fisiologia dell’Università di Göteborg, un’esperta dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale in psichiatria.

GPT-3 è uno dei più avanzati algoritmi di intelligenza artificiale dedicati alla creazione del testo. L’algoritmo può creare veri e propri articoli su un determinato argomento (gli si può dare una “traccia”) e il testo che crea, oltre ad essere corretto a livello grammaticale e sintattico, è assolutamente originale e, molte volte, sembra avere anche un senso. Anche se si tratta di solo un algoritmo che, sostanzialmente, riformula ciò che trova nel suo database realizzando associazioni tra parole, frasi e concetti, e quindi, in un certo senso, potendo trattare tantissimi argomenti, spesso i testi che formula sembrano realmente scritti da un essere umano. GPT-3 è stato realizzato dai ricercatori di OpenAI, laboratorio di ricerca dedicato all’intelligenza artificiale con sede a San Francisco. La terza versione fu rilasciata nel 2020 e da allora i vari esempi di testi creati dall’algoritmo hanno suscitato meraviglia a più riprese.

In questo caso la Thunström ha provato a realizzare qualcosa di diverso. Ha dato Algoritmo come traccia la frase “scrivere una tesi accademica in 500 parole su GPT-3 e aggiungere riferimenti scientifici e citazioni all’interno del testo”. Il testo formulato dall’algoritmo era effettivamente scritto con un linguaggio accademico, secondo quanto riferisce la stessa ricercatrice, e i riferimenti risultavano ben fondati e collocati nei posti giusti. Nonostante sia una ricercatrice apicale “navigata” in questo campo e che ha già utilizzato algoritmi di deep learning, anche lo stesso GPT-3, ammette che è rimasta a fissare lo schermo stupefatta quando ha letto il testo.

Inoltre lo stesso argomento dello studio, sostanzialmente l’algoritmo GPT-3, non è uno di quelli molto trattati dagli studi scientifici (come può essere, per esempio, una malattia come l’Alzheimer). Questo significa che ha potuto attingere ad un quantitativo minore di riferimenti e in generale di testi per realizzare il suo articolo. L’algoritmo ci ha messo solo due ore. La ricercatrice spiega di aver provato a fare il minor numero di modifiche e correzioni possibili.[1]

E qui poi è arrivata la fase più interessante, forse, dell’esperimento: la stessa ricercatrice ha inoltrato la domanda per far pubblicare l’articolo, per capire se possa essere accettato su una rivista. Qualora venisse accettato si aprirebbero tantissime domande, alcune delle quali anche etiche, spiega la ricercatrice. Intanto il documento è già stato pubblicato sul sito di prestampa HAL (dove si può pubblicare senza revisione).[2]
L’esperimento potrebbe rivelarsi utile come modello per un eventuale nuovo modo di fare ricerca in futuro con l’ausilio degli algoritmi di intelligenza artificiale. Oppure potrebbe fare solo da ammonimento.

Note e approfondimenti

  1. We Asked GPT-3 to Write an Academic Paper about Itself. Then We Tried to Get it Published – Scientific American
  2. Can GPT-3 write an academic paper on itself, with minimal human input? – Archive ouverte HAL

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