Internet delle cose, è in arrivo il “fog computing”?

Si parla di “fog computing” in un nuovo comunicato emesso dall’Università statale degli Urali Meridionali, in contrapposizione al già ben noto concetto di “cloud computing”. Quest’ultima locuzione sta ad indicare un processo informatico che vede i dati raccolti, sia dagli utenti che tramite sistemi automatici come i sensori, direttamente dalla fonte sui server attraverso la rete Internet. Si tratta di una procedura fondamentale che sta permettendo la diffusione della cosiddetta “Internet delle cose”: questa serie di server, definita come “cloud”, accumula i dati dei dispositivi anche se possono trovarsi anche lontanissimo dalla stessa fonte di dati, ad esempio in un altro continente.

Difetti del cloud computing

Come spiega lo stesso comunicato, questo processo, benché abbastanza efficiente, è caratterizzato da qualche difetto. Innanzitutto il trasferimento e la memorizzazione dei dati nel cloud richiede comunque qualche centinaio di millisecondo, un tempo che potrà sembrare breve ma che in termini informatici, in alcuni casi e per alcuni dispositivi può essere troppo. Inoltre il fattore relativo alla sicurezza e alla protezione dei dati è demandato al gestore o al possessore del server, un soggetto che può appartenere ad un altro paese e che in generale potrebbe usare quei dati in maniera non opportuna.

Nuovo concetto di raccolta e di elaborazione dei dati

I ricercatori dell’università russa fanno dunque ricorso a quello che è effettivamente un nuovo concetto di raccolta e di elaborazione dei dati denominato “fog computing”. Questo nuovo concetto vede la raccolta e l’elaborazione delle informazioni ottenute dai sensori e da tutto ciò che è collegato ad Internet effettuata da dispositivi informatici “ponte” situati più o meno vicino alla fonte stessa. Buona parte del lavoro di calcolo e di archiviazione avverrebbe su questi dispositivi invece che solo sui server collegati alle dorsali di Internet.

Dati possono viaggiare tramite microflussi

Ciò permette di ridurre il tempo di risposta. I dati raccolti nella “nebbia”, prima di giungere alla “nuvola”, possono viaggiare tramite dei microflussi, come descrive Gleb Radchenko, ricercatore senior dello studio: “Nel nostro modello, i microflussi sono così leggeri che possiamo posizionarli su nodi di calcolo a bassa potenza e nebbiosi vicino all’origine dati. I thread possono essere distribuiti, avviati in modo indipendente e le attività di elaborazione dei dati possono essere eseguite in modo autonomo. Pertanto, ci assumiamo i compiti relativi alla sicurezza e alla protezione. Decidiamo quali dati archiviare e dove elaborarli”.[1]

Flusso di dati indipendente

Gli stessi ricercatori hanno già messo a punto un nuovo software che potrà lavorare con questi flussi di informazioni e che è già stato provato sperimentalmente con successo. Riferiscono nell’abstract: “Il micro-workflow è un servizio di elaborazione del flusso di dati indipendente che può essere distribuito su diversi livelli dell’ambiente di fog computing”.

Note e approfondimenti

  1. Micro-Workflows Data Stream Processing Model for Industrial Internet of Things | Alaasam | Supercomputing Frontiers and Innovations (IA) (DOI: 10.14529/jsfi210106)

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