L’incredibile caso delle piante da cocco invasive nell’atollo di Palmyra

Atollo di Palmyra (credito: U.S. Fish and Wildlife Service Headquarters, PD, via Wikimedia Commons)

Un nuovo caso di piante invasive viene registrato sulle isole dell’atollo di Palmyra. In questo caso, però, si tratta di una storia un po’più interessante rispetto alle altre: tutto è partito con l’invasione da parte dei topi di queste isole.
Arrivati in questo piccolo arcipelago come “clandestini” con le imbarcazioni della US Navy soprattutto nel corso della seconda guerra mondiale, i topi, senza praticamente predatori naturali, hanno preso il sopravvento e hanno rischiato, in pochi anni, di portare all’estinzione un po’di tutto, dagli uccelli ai granchi per finire con le piante autoctone.

La situazione ad un certo punto era diventata così grave che Fish and Wildlife Service, The Nature Conservancy e Island Conservation, che gestivano l’atollo, decisero di mettere in piedi un progetto per eradicare i ratti dall’isola nel 2011.
E ci riuscirono: dal 2012 tutti o quasi i ratti presenti sull’isola furono eliminati. In pochi anni ci fu una netta ripresa della biodiversità e, tra gli altri, emersero due nuove specie di granchio terrestre. Anche la vegetazione godette di una ripresa non indifferente: il sottobosco di queste isole si riempì in breve tempo di giovani piante ed alberi autoctoni, un ambiente considerato ideale per la ripresa della biodiversità di molte altre specie animali native queste isole, tra cui diverse specie di uccelli marini.

Tuttavia, come spiega Ana Miller-ter Kuile, una ricercatrice nonché autrice di un nuovo studio per apparso su Biotropica, proprio a causa dell’assenza dei ratti in questi anni c’è stata una forte crescita della popolazione delle palme da cocco, una pianta comunque non autoctona, che sono aumentate di circa il 10%, che non è per nulla poco per questo piccolo gruppo di isole.
Quando c’erano i ratti, questi ultimi mangiavano voracemente e velocemente le noci da cocco sul terreno prima che potessero attecchire. A questo si aggiungeva la loro abitudine di nidificare nei pressi delle piante da cocco.

Dopo la scomparsa dei roditori, i ricercatori hanno notato un aumento di 14 volte nella biomassa delle giovani piante ma gran parte di queste erano piante da cocco, una proliferazione che presto è diventata incontrollata.
A questo punto i gestori delle isole hanno dovuto intervenire con un nuovo progetto di eradicazione, stavolta nei confronti delle stesse palme da cocco.

Le palme da cocco possono infatti rappresentare un problema per isole così delimitate, piccole e con ecosistemi così sensibili, come spiega la stessa Miller-ter Kuile: “Le noci di cocco hanno un profilo ‘nutrizionale’molto diverso dalle specie arboree native di quest’isola, con molto più carbonio e meno azoto”. Quando le piante da cocco muoiono influenzano in maniera particolare il suolo, diversamente dalle piante autoctone, portando un quantitativo di molto minore di nutrienti rispetto alle altre piante.
Inoltre gli alberi da cocco non vengono usati dagli uccelli per nidificare e questo vuol dire che il suolo da loro occupato toglie la possibilità ad altri alberi adatti per la nidificazione di nascere e crescere.

Il progetto di rimozione delle piante da cocco da queste piccole isole è ancora in corso ed è stato interrotto a causa della pandemia ma questa vicenda è rappresentativa di quanto e come gli esseri umani possono provocare degli squilibri tali da innescare eventi a catena negli ecosistemi poi non più controllabili.

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