Malattia del fegato grasso non alcolica causata da batterio intestinale?

Klebsiella pneumoniae (credito: NIAID, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons)

Un gruppo di ricercatori ha scoperto che la malattia del fegato grasso non alcolica (NAFLD), una condizione che vede l’accumulo progressivo del grasso nelle cellule del fegato, potrebbe essere collegata al microbioma intestinale secondo un nuovo studio condotto dal team di ricerca cinese.

In effetti non vi è mai stata una spiegazione chiara relativa al meccanismo che porta all’accumulo di grasso nel fegato, una condizione tra l’altro così estesa che colpisce un miliardo di persone in tutto il mondo anche se in molti casi non provoca sintomi.
Ne provoca solo quando questo accumulo oltrepassa determinati limiti e, nei casi più gravi, può portare anche a cirrosi o cancro al fegato.

I ricercatori hanno analizzato il caso di un cinese che aveva avuto attacchi di intossicazione inspiegabili per 10 anni e che mostrava elevati livelli di alcol nel sangue nonostante non fosse un grande bevitore.
Inoltre, quando beveva bevande zuccherate, tendeva ad ubriacarsi. I dottori hanno scoperto che la sua condizione era causata da ceppi di batteri intestinali relegati a sintetizzare l’alcol dagli alimenti ingeriti, in particolare dagli zuccheri.

Eseguendo ulteriori ricerche su persone malate di NAFLD, i ricercatori dell’Istituto Capitale di Pediatria di Pechino, che hanno poi pubblicato lo studio su Cell Metabolism, hanno scoperto che il Klebsiella pneumoniae è più presente in una parte delle persone che soffrono di questa malattia.
Inoltre, eseguendo esperimenti sui topi, questo batterio causava danni al fegato.

Il Klebsiella pneumoniae potrebbe dunque spiegare la malattia del fegato grasso non alcolica in quanto le prove sembrano abbastanza convincenti, come afferma anche la gastroenterologa Anna Mae Diehl, un’esperta di NAFLD che ha commentato i risultati dello studio su Science.
Questa scoperta potrebbe essere decisiva per lo sviluppo di metodi migliori per contrastare questa patologia.

I ricercatori hanno già trattato i topi esposti a questo batterio in laboratorio con particolari fagi che colpiscono proprio questa specie di batterio: i roditori sembravano non subire più le stesse anomalie epatiche.
Questi risultati infondono la speranza che una terapia a base di fagi potrebbe essere utile per trattare la malattia anche negli umani.

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