Mandibola trovata in grotta cinese apparteneva a denisovano, nuova prova lo conferma

La mandibola trovata nella grotta carsica di Baishiya, Cina (credito: Dongju Zhang, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons)

È il primo DNA denisovano trovato al di fuori della grotta di Denisova, in Siberia, quello individuato nella grotta carsica di Baishiya, una caverna situata nell’altopiano tibetano ad un’altezza di 6200 metri.

La storia della mandibola di Xiahe

In questa grotta, situata nella contea cinese di Xiahe, a ben 2800 km di distanza dalla grotta di Denisova, nel 1980 scorso un monaco tibetano aveva trovato un pezzo di mandibola che ha rappresentato per decenni un vero e proprio enigma, tanto che nessun ricercatore era riuscito a classificare seriamente questo reperto.
Poi nel 2010, dopo la scoperta dei Denisovani in Siberia, qualcuno ha quindi cominciato ad ipotizzare che la mandibola potesse appartenere ad un denisovano, ma naturalmente non c’era alcuna prova.
Gli scienziati Chen Fahu e Zhang Dongju hanno quindi cominciato a studiare il sito collaborando con altri team di ricerca internazionali. Le nuove tecniche di analisi genetica odierne hanno ora permesso ai ricercatori di ottenere una risposta che alla fine si è rivelata essere proprio quello più interessante di tutte.

Chi sono i denisovani?

I denisovani, o uomini di Denisova, sono una specie di esseri umani identificare per la prima volta nel 2010 grazie a alcuni reperti provenienti da un osso femminile ritrovato nella grotta siberiana di Denisova, in Siberia.
Da allora sempre più ricerche e spedizioni hanno tentato di rintracciare segni di questa antica popolazione umana in altri luoghi ma nessuno ha avuto mai successo, o almeno nessuna di queste spedizioni ha ottenuto prove certe, almeno fino a questo studio.

Conferma arrivata attraverso analisi del DNA ambientale

La conferma che si tratta di un esponente dei Denisovani arriva infatti da un nuovo studio, pubblicato oggi su Science e realizzato da un team di ricercatori guidato dall’archeologo Dongju Zhang dell’Università di Lanzhou.
I ricercatori hanno avuto la conferma eseguendo l’analisi del DNA mitocondriale di reperti ambientali prelevati proprio vicino al punto di ritrovamento della mandibola, analisi che hanno dimostrato che i denisovani si sono rifugiati in questa grotta in un periodo compreso tra 100.000 e 60.000 anni fa, forse fino a 45.000 anni fa.

Denisovani non hanno dunque abitato solo la Siberia

E si tratta di una scoperta molto importante in quanto suggerisce, per la prima volta con una conferma di questa portata, che i Denisovani non si limitarono a frequentare solo la regione della Siberia ma che, evidentemente, sono emigrati e si sono stanziati in diverse altre parti dell’Asia.
D’altronde il sospetto che si trattava di una popolazione con un curriculum fatto di diverse migrazioni e relativamente diffusa un po’in tutta l’Asia è diventato molto forte negli ultimi anni in quanto il genoma denisovano è stato trovato in molte persone viventi in diverse parti dell’Asia.

Nuovi metodi di analisi

Dato che non è possibile analizzare direttamente il DNA in quanto non ne esistono più tracce sull’osso dopo tutte queste migliaia di anni, per identificare questo pezzo di mandibola come appartenente ad un essere denisovano già l’anno scorso un team di ricercatori aveva usato un nuovo metodo genetico basato sulla variazione di una proteina.
Questa volta l’analisi ha riguardato non un pezzo delle ossa ma alcuni campioni estratti dal sedimento della grotta stessa, campioni contaminati dal DNA di questi umani probabilmente tramite la deiezione di feci o urine.

E questa ulteriore prova mostra ancora una volta, o comunque fornisce una prova pressoché determinante, che si trattava in effetti di un denisovano.
Per datare i reperti hanno poi usato una tecnica che rileva quando la luce ha colpito per l’ultima volta i minuscoli grani minerali presenti nei campioni stessi. Sono così giunti alla conclusione che i campioni di DNA presenti nel suolo della grotta erano presenti da almeno 100.000-45.000 anni.

Tra le altre informazioni hanno scoperto anche che gli occupanti di questa rotta durante questi periodi erano soliti accendere dei fuochi, usavano strumenti semplici di pietra e potevano adocchiare con una buona ampiezza visiva i prati sottostanti, cosa che probabilmente permetteva loro di tenere d’occhio gli stessi animali al pascolo evidentemente ai fini della caccia.

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