Mindfulness, ricercatori tentano di comprendere i suoi effetti positivi

Un nuovo studio analizza la cosiddetta “meditazione consapevole”, una locuzione relativa ad un fenomeno che sta diventando sempre più popolare perché sembra ridurre lo stress e l’ansia e in generale sembra infondere un rinnovato senso di benessere.

La pratica di meditazione di cui si parla sta diventato così popolare che lo stesso termine inglese “mindfulness” è entrato nella lingua italiana a sottolineare il fatto che si tratta di una tipologia di meditazione che deriva dal buddismo ma che si distanzia da quest’ultimo perché contiene pochissime o nessuna caratteristica religiosa.
La pratica del mindfulness si avvicina maggiormente all’ambito clinico e psicologico pur partendo, a livello concettuale, dalle pratiche classiche e antichissime dei buddisti.

Il nuovo studio, condotto da ricercatori della Pontificia Università di Salamanca in Spagna e pubblicato sul Journal of Clinical Psychology, è stato condotto per identificare i motivi per i quali questa pratica induce indubbi effetti psicologici positivi.
Sarebbero tre i fattori principali a svolgere questo ruolo secondo quanto dichiara José Ramon Yela, uno dei ricercatori dietro lo studio, a MedicalXpress: la capacità di autocompassione; il poter sperimentare che la vita ha un suo significato e il poter ridurre l’evitamento esperienziale, ossia la misura in cui le persone tendono ad evitare pensieri ed emozioni spiacevoli che comunque fanno parte della vita.

In particolare questa pratica di meditazione, svolta su base regolare, aumenta il livello di autocompassione e ciò aiuterebbe a rendere, secondo il ricercatore, il senso della vita più pieno di significati, cosa fondamentale soprattutto durante i periodi più difficili dell’esistenza.
I ricercatori hanno utilizzato i dati relativi a questionari proposti a 414 persone dedite a questo tipo di meditazione e altre 414 persone che non la praticano. Le domande erano progettate per comprendere caratteristiche della loro salute mentale, dell’autocompassione e dell’evitamento esperienziale. I dati di due gruppi sono stati poi confrontati.

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