Minuscole distorsioni nell’antica luce dell’universo analizzate per comprendere i filamenti cosmici

La traiettoria della radiazione cosmica di fondo (CMB) piegata da filamenti cosmici invisibili ai nostri occhi (credito: Siyu He, Shadab Alam, Wei Chen, and Planck/ESA)

Un nuovo studio pubblicato su Nature Astronomy descrive i nuovi tentativi di un gruppo di scienziati di studiare quelle deboli distorsioni nei modelli della prima luce dell’universo che hanno poi formato la vasta “rete cosmica, sotto forma di filamenti, la cui concezione potrebbe portare a passi notevoli in avanti per quanto riguarda la comprensione stessa della materia oscura.
Utilizzando grosse moli di dati a cui sono state applicate tecnologie di riconoscimento delle immagini, il gruppo scientifico, composto da ricercatori del Lawrence Berkeley National Laboratory (Berkeley Lab), sta tentando di comprendere la formazione e l’evoluzione di questa ragnatela cosmica che, dal big bang in avanti, si è sviluppata su larghissima scala comprendendo tutta la materia dell’universo, dunque anche la materia oscura.

Secondo gli scienziati, infatti, la materia oscura sarebbe costituita da filamenti che possono allungarsi o piegarsi su distanze che comprendono centinaia di milioni di anni luce. Questi filamenti, attraverso i cosiddetti “aloni”, formano gruppi di galassie gravitazionalmente legate insieme tra loro.
Secondo Shirley Ho, scienziata del Berkeley Lab è una delle autrici dello studio, “Di solito i ricercatori non studiano questi filamenti direttamente – analizzano le galassie nelle osservazioni. Abbiamo utilizzato gli stessi metodi per trovare i filamenti che Yahoo e Google utilizzano per il riconoscimento delle immagini, come quelli per riconoscere i nomi dei segnali stradali o trovare gatti nelle fotografie”.

I filamenti, che possono cambiare su scale temporali di centinaia di milioni di anni a causa della forza di gravità in competizione con l’espansione dell’universo, “sono questa parte integrale della rete cosmica, anche se non è chiaro quale sia il rapporto tra la materia oscura sottostante e i filamenti”, come riferisce Simone Ferraro, uno degli autori dello studio.

Fonti e approfondimenti



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