Musica per aiutare sviluppo del cervello di bambini molto prematuri

Bambino prematuro ascolta musica (credito: Stéphane Sizonenko – UNIGE HUG)

I bambini nati prematuri, ossia quelli nati prima della 32ª settimana di gravidanza, ora hanno buone probabilità di sopravvivenza grazie anche ai progressi della medicina. Tuttavia questi bambini sono comunque caratterizzati da un alto rischio di sviluppare disturbi neuropsicologici.

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Ginevra (UNIGE) e degli Ospedali Universitari di Ginevra (HUG), propongono, in uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, quella che può essere considerata come una soluzione originale: utilizzare la musica per far sì che questi bambini, in particolare i loro cervelli, possono svilupparsi stabilmente in quello che è comunque un ambiente stressante, ossia quello della terapia intensiva.

Essendo il cervello di questi piccoli ancora fortemente immaturo, c’è infatti bisogno di un’incubatrice per far sì che il cervello stesso possa svilupparsi normalmente. La stessa immaturità del cervello, in combinazione con questo ambiente comunque disturbante, quale quello dell’incubatrice, spiega perché le reti neurali dei bambini molto prematuri possono non svilupparsi normalmente.
I primi esperimenti effettuati sono, a detta degli stessi ricercatori, “sorprendenti”: i neonati prematuri che ascoltano questa musica mostrano un miglioramento nelle funzioni sensoriali e cognitive e in generale un migliore sviluppo cerebrale.

I ricercatori stanno facendo ascoltare ai bambini musiche appositamente realizzate dal compositore Andreas Vollenweider che ha mostrato un forte interesse verso questo progetto. Il musicista ha utilizzato il punji, un particolare flauto indiano (quello che nell’immaginario collettivo è utilizzato dagli incantatori di serpenti) grazie al quale i bambini sembrano calmarsi quasi istantaneamente in quanto la loro attenzione è attirata dalla musica, come riferisce Lara Lordier, neuroscienziata presso l’HUG, una delle autrici della ricerca.

I primi bambini sottoposti a questi esperimenti ora hanno sei anni: questo vuol dire che è giunto il momento di comprendere se queste “terapie” hanno avuto effetti positivi riguardo i loro possibili problemi cognitivi dato che è questa l’età in cui questi cominciano ad essere rilevabili.

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