Nuova scoperta potrebbe portare a reale sfruttamento delle reazioni di fusione nucleare

rappresentazione artistica della Corrente elettrica che fluisce in un impianto di fusione di tipo tokamak (credito: Elle Starkman/PPPL Office of Communications)

Una nuova scoperta effettuata dagli scienziati del Princeton Plasma Physics Laboratory (PPPL) del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) potrebbe portare a nuovi sviluppi per quanto riguarda lo sfruttamento, qui sulla Terra, dell’energia di fusione nucleare, quella che si sviluppa all’interno del Sole e di tutte le stelle. I ricercatori hanno scoperto alcune modalità con le quali le correnti elettriche possono formarsi, modalità mai individuate prima che potrebbero rivelarsi utili per stabilizzare le reazioni di fusione.
D’altronde le stesse correnti elettriche rappresentano “lo strumento principale che utilizziamo per controllare il plasma nella ricerca sulla fusione magnetica”, come spiega Ian Ochs, studente laureato alla Princeton e autore principale dello studio apparso su Physics of Plasmas.

Le correnti che si formano negli impianti di fusione possono avere una frequenza alta o bassa. Se la frequenza è alta, l’onda fa muovere degli elettroni avanti e indietro e i due movimenti si annullano vicendevolmente. Se invece la frequenza risulta bassa, le onde fanno sì che gli elettroni creino una corrente elettrica netta. Esiste un’onda a bassa frequenza denominata “onda acustica ionica”. Si tratta di un’onda che è simile alle onde sonore dell’aria. I ricercatori hanno scoperto che queste onde acustiche ioniche possono portare alla creazione spontanea delle utili onde a frequenza bassa, quelle che provocano la corrente elettrica netta.

“Ci sono campi magnetici in tutto l’universo su scale diverse, compresa la dimensione delle galassie, e non sappiamo davvero come ci siano arrivati”, ha detto Ochs. “Il meccanismo che abbiamo scoperto avrebbe potuto aiutare a seminare campi magnetici cosmici e qualsiasi nuovo meccanismo in grado di produrre campi magnetici è interessante per la comunità astrofisica”, spiega il ricercatore.

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