Nuovo chip ottico permette velocità di di 44,2 terabit al secondo su Internet

Schema concettuale di un esperimento di comunicazione con micro-pettine a cristallo di solitone (credito: Doi: 10.1038/s41467-020-16265-x | Nature Communications)

Un nuovo chip ottico che potrebbe permettere velocità di download su Internet di 44,2 terabit al secondo è stato sviluppato da un team di ricercatori delle università di Monash, Swinburne e RMIT. Una velocità del genere potrebbe permettere di scaricare, come fa notare il comunicato stampa che presenta lo studio apparso su Nature Communications, 1000 film ad alta definizione in una piccola frazione di secondo.

La tecnologia, che si basa su un particolare componente definito micro-pettine, è stata infatti già trovata sul campo. I ricercatori hanno infatti installato 76,6 km di fibre ottiche tra il campus della RMIT e quello della Monash. Il micro pettine agiva come un “arcobaleno” fatto da centinaia di laser all’infrarosso di alta qualità. Ogni laser veniva utilizzato come canale di comunicazione separato.
I ricercatori simulavano il massimo utilizzo della rete di Internet su una larghezza di banda di quattro 4 THz riuscendo ad ottenere una velocità massima di 44,2 Tbps.

“A lungo termine, speriamo di creare chip fotonici integrati in grado di consentire questo tipo di velocità di trasmissione dati attraverso collegamenti in fibra ottica esistenti a costi minimi”, spiega Arnan Mitchell, professore alla RMIT, uno degli autori dello studio.
Questi nuovi chip potranno essere utilizzati anche sull’infrastruttura di comunicazione esistente.
Quello che hanno fatto i ricercatori, infatti, è modificare le modalità con le quali si generano le frequenze di luce per trasportare i bit lungo i cavi. Il nuovo metodo sostituisce 80 laser con un singolo dispositivo più piccolo e leggero dell’hardware che si utilizza per la comunicazione su Internet oggi.

“Attualmente stiamo ottenendo un’anteprima di come l’infrastruttura per Internet resisterà tra due o tre anni, a causa del numero senza precedenti di persone che usano Internet per lavorare in remoto, socializzare e streaming. Ci sta davvero mostrando che dobbiamo essere in grado di ridimensionare la capacità delle nostre connessioni Internet”, spiega Bill Corcoran, professore di ingegneria elettrica della Monash e uno degli autori dello studio.

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