Nuovo cubesat esplorerà resti di supernovae delle due nubi di Magellano

Rappresentazione artistica del cubesat della missione SPRITE (credito: Laboratory for Atmospheric and Space Physics (LASP), CU Boulder)

Un nuovo cubesat, ossia un satellite artificiale di dimensioni ridotte (più o meno quelle di un tostapane), è stato sviluppato dagli scienziati della CU Boulder. Questo nuovo satellite artificiale avrà un compito molto importante una volta in orbita in termini di comprensione dell’universo: cercherà i resti delle supernovae vicine per comprendere come le radiazioni delle antiche supernovae hanno percorso immense distanze per arrivare fino a noi (oltre ad altre informazioni e dati che potrebbero rivelarsi utilissimi riguardanti in particolare l’universo primordiale).

Non a caso il programma si chiama Supernova Remnants and Proxies for ReIonization Testbed Experiment (SPRITE) ed è una missione finanziata dalla NASA e realizzata dal Laboratory for Atmospheric and Space Physics (LASP).
Questo piccolo satellite, che dovrebbe essere lanciato nel 2022, è costato (almeno fino ad ora) 4 milioni di dollari e potrebbe rivelarsi utilissimo per gli scienziati nei loro tentativi di comprendere un periodo della storia dell’universo denominato “epoca di reionizzazione”.

Si tratta di un periodo dell’universo primordiale durante il quale le stelle dell’universo vivevano per poco tempo, bruciavano tutto il proprio carburante in pochi milioni di anni ed esplodevano in potenti supernovae.
Comprendere questi fenomeni è utile anche comprendere com’era l’universo poco dopo che si è formato. Allora era molto diverso da come è oggi, come spiega Brian Fleming, un professore del LASP che è alla guida del progetto SPRITE.

Prima di questa epoca la luce delle stelle non poteva inoltrarsi nell’universo in quanto c’era troppo gas che letteralmente appannava la vista di qualsiasi fonte luminosa. Tuttavia, all’incirca 13 miliardi di anni fa, poche centinaia di milioni di anni dopo la nascita dello stesso universo, qualcosa cominciò a cambiare.
Le radiazioni delle giovani stelle cominciarono ad uscire dalle loro galassie ionizzando il gas circostante, cosa che provocò l’espulsione degli elettroni dagli atomi di idrogeno e che permise alla luce di viaggiare per l’universo.

Ma effettivamente la luce come riuscì a “fuggire” dalle galassie inoltrandosi in tutto l’universo? Secondo una delle teorie principali il motivo è da addurre alle antiche supernovae che letteralmente spazzarono via le nuvole di gas denso intorno alle prime stelle.

Il nuovo satellite artificiale non potrà osservare direttamente queste antiche supernovae ma si limiterà a misurare le galassie vicine che emettono radiazioni ionizzanti e ad analizzare i resti delle supernovae esplose nelle due nubi di Magellano, due galassie satelliti della via Lattea.
Nonostante si tratti di due galassie molto vicine alla via Lattea, queste osservazioni non saranno facili in quanto il tipo di radiazione emesso dai resti delle supernovae si colloca in una finestra molto stretta della luce ultravioletta, difficile da individuare anche con i normali telescopi da terra. Proprio per questo i ricercatori hanno sviluppato un particolare rivestimento a specchio, montato sul cubesat, per far rimbalzare questa particolare luce ultravioletta ed indirizzarla più efficientemente Nei rilevatori.

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