Nuovo metodo per iniettare nanosostanze nelle cellule umane ideato da ricercatori

Sempre più ricerche nel campo della medicina diagnostica e in generale del trattamento delle malattie umane si concentrano sull’utilizzo di materiali a grandezza nanometrica, ossia sostanze fatte di particelle che hanno un diametro di decine oppure di centinaia di nanometri, naturalmente del tutto invisibili all’occhio umano.

Queste sostanze possono rivelarsi utili se iniettate in determinate cellule ma il problema sta nel far sì che raggiungano nella maniera più proficua possibile i siti d’azione.
Il metodo più “tradizionale” vede l’utilizzo dei peptidi, frammenti di proteine che si trovano nelle cellule, nei tessuti e negli enzimi.
I peptidi interagiscono con le cellule e fanno sì che il nanomateriale d’interesse possa introdursi con successo.

Tuttavia l’utilizzo dei peptidi non è ancora ben chiaro e non sono chiari gli eventuali effetti collaterali che metodi del genere possono avere sulla funzionalità delle cellule ma soprattutto sulla funzionalità dei nanomateriali introdotti.
In un nuovo studio, pubblicato su Nature Communications, un gruppo di ricercatori dell’Università del Minnesota ha proposto un nuovo metodo che vede l’introduzione del nanomateriale nelle cellule senza l’utilizzo dei peptidi.

A spiegare il metodo è Hongbo Pang, assistente professore al College of Pharmacy della suddetta università e uno degli autori dello studio: “Semplicemente mescolando due tipi di materiale di dimensioni nanometriche, abbiamo scoperto un nuovo processo cellulare che offre una soluzione semplice per l’ingresso dei nanomateriali nelle cellule. Inoltre, ciò apre una nuova strada per la biologia cellulare che collega diversi elementi fondamentali delle cellule viventi. Un’ulteriore comprensione di questo processo aiuterà sia lo sviluppo della biologia cellulare sia la nanotecnologia.”

Il nuovo metodo vede l’assorbimento da parte delle cellule facilitato grazie alla cisteina, una sostanza che circonda le cellule stesse.
Lo studio è stato pubblicato su Nature Communications Mentre un breve comunicato stampa esplicativo è disponibile sul sito dell’Università americana.

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