Ora legale collegata ai livelli d’infarto

L’ora legale è collegata agli infarti. Con l’entrata in vigore dell’ora legale (a marzo quando si porta avanti di un’ora la lancetta dell’orologio e quindi quando si dorme un’ora in meno) si registra un picco degli aumenti di ricoveri per infarti che avvengono di solito il lunedì successivo al cambiamento.
Una coincidenza? Per nulla considerando che quando viene ristabilita l’ora normale, a fine ottobre, ossia quando si porta indietro di un’ora la lancetta dell’orologio e quindi quando si dorme un’ora in più, si registra invece una netta diminuzione dei ricoveri per infarto.

A questa conclusione era già arrivato uno studio apparso su Open Heart nel 2014 e la questione torna in primo piano ogni qual volta ritorna l’ora legale e quindi ogni volta che si deve mandare in avanti di un’ora la lancetta dell’orologio, cosa che dovremo fare fra pochi giorni, domenica 25 marzo.
Il problema, secondo i ricercatori, sta proprio in quell’ora di sonno in meno, come ricorda Matthew Walker, esperto del sonno che interviene in un articolo su Business Insider.
Secondo il ricercatore, l’attivazione e la disattivazione dell’ora legale mostra quanto il corpo umano sia sensibile ai cicli del sonno e a cambi di programma che possono apparire anche minimali come quelli relativi ad un’ora avanti o indietro.

La tendenza relativa agli infarti comunque dura a solo un giorno con i livelli che ritornano alla norma già il martedì successivo, ma questo non significa che il corpo si riprenda subito: in molti casi, infatti, potrebbero volerci settimane e durante tutti questi giorni l’ora in meno di sonno può farsi sentire anche durante le azioni quotidiane, ad esempio alla guida o in altre situazioni dove la distrazione e la mancanza di concentrazione possono essere pericolose.

Infatti, come riferito anche da un articolo su Science Alert, proprio nei giorni successivi all’attivazione dell’ora legale (a fine marzo) si registrano, oltre che un maggior numero di infarti, anche più infortuni sul lavoro ed una maggiore propensione per i tentativi di suicidio.
È proprio per questo che diverse nazioni stanno pensando di abolire questa pratica nonostante il risparmio relativo al consumo di energia elettrica sia sensibile.

Fonti e approfondimenti



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