Per cercare vita extraterrestre non ci si può basare solo sull’ossigeno

Si prevede che nei prossimi anni, grazie a missioni quali quelle dei telescopi spaziali TESS e James Webb, verranno scoperti numerosi altri esopianeti, molti dei quali anche rocciosi e orbitanti intorno a stelle simili al Sole. In particolare con il James Webb sarà possibile analizzare le atmosfere di questi pianeti e determinare la presenza o meno di ossigeno, un gas che potrebbe essere segno di vita come lo è sulla Terra.

Tuttavia molti di questi pianeti non saranno simili alla Terra, in termini di atmosfera, quindi bisognerà decidere quali studiare più approfonditamente. Proprio per questo un team di ricercatori dell’Università Statale dell’Arizona (ASU) ha creato una sorta di “indice di rilevabilità” che potrebbe aiutare gli astronomi e gli scienziati del futuro a stabilire le priorità in tal senso. Lo studio è stato pubblicato sull’Astrophysical Journal.

“È facile immaginare che in un altro sistema solare come il nostro, un pianeta simile alla Terra potrebbe essere solo lo 0,2% di acqua”, spiega Steven Desch di School of Earth and Space Exploration dell’ASU, uno degli autori dello studio. “E questo basterebbe a cambiare l’indice di rilevabilità. L’ossigeno non sarebbe indicativo della vita su tali pianeti, anche se fosse osservato. Questo perché un pianeta simile alla Terra che ha lo 0,2% di acqua – circa otto volte quello che ha la Terra – non avrebbe continenti o terre esposti”.
Senza un quantitativo sufficiente di terre emerse, infatti, la pioggia non sarebbe più in grado di rilasciare nutrienti importanti come il fosforo e la vita fotosintetica non potrebbe produrre ossigeno quanto altre fonti non biologiche. Sarebbe dunque impossibile, sostanzialmente, discernere ossigeno creato da esseri viventi da quello creato da fonti non biologiche.

Ecco che entra in gioco l’indice di rilevabilità: non è sufficiente stabilire la quantità di ossigeno nell’atmosfera di un pianeta ma bisogna anche osservare il quantitativo di acqua liquida sulla superficie e quello delle terre emerse. In questo modo cambiano le modalità con le quali ricerchiamo la vita extraterrestre: “Ciò cambia il modo in cui ci avviciniamo alla ricerca della vita sugli esopianeti. Ci aiuta a interpretare le osservazioni che abbiamo fatto sugli esopianeti. Ci aiuta a scegliere i migliori esopianeti target su cui cercare la vita. E ci aiuta a progettare la prossima generazione di telescopi spaziali in modo da ottenere tutte le informazioni necessarie per un’identificazione positiva della vita”, spiega ancora Desch.

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