Piccoli polipi robotici wireless catturano contaminanti nell’acqua

A sinistra un polipo reale, a destra uno robotico fatto dai ricercatori (credito: Doi: 10.1073/pnas.2004748117 | PNAS)

Un team di ricercatori dell’Università di Warwick, in collaborazione con colleghi dell’Università di Tecnologia di Eindhoven, Paesi Bassi, ha sviluppato un nuovo particolare metodo per rimuovere le particelle contaminanti dall’acqua e quindi per purificarla.
Hanno creato un piccolo polipo acquatico robotico, delle dimensioni di 1 cm × 1 cm, che, tramite comandi impartiti wireless, riesce a rimuovere contaminanti dall’acqua.
I ricercatori si sono ispirati ai polipi, piccole creature marine che vantano uno stelo e vari tentacoli e che sono molto importanti nell’ecologia marina perché forniscono nutrimento ai coralli e li aiutano a sopravvivere anche in altri modi.

Secondo i ricercatori questi piccoli robot potrebbero rivelarsi utili anche come dispositivi diagnostici per raccogliere e trasportare specifiche cellule onde analizzarle.
Il piccolo polipo robotico si muove tramite l’influenza di un campo magnetico rotante. Questo campo magnetico far ruotare lo stelo del polipo mentre i tentacoli, invece, vengono attivati dalla luce. Alla fine si crea uno flusso che attrae molecole sospese nell’acqua, ad esempio le goccioline d’olio. Quando sono abbastanza vicine, si attiva una luce ultravioletta che a sua volta attiva i tentacoli del polipo.
Questi ultimi, fatti da polimeri a cristalli liquidi foto-attivi, si piegano e raccolgono le molecole estranee.

I ricercatori hanno in mente di sviluppare una serie di più polipi che lavorino simultaneamente per catturare le particelle estranee nell’acqua e poi per rimuoverle.
“Il polipo acquatico artificiale serve come prova del concetto per dimostrare il potenziale degli assemblaggi di attuatori e serve come ispirazione per dispositivi futuri. Esemplifica come il movimento di diversi polimeri sensibili agli stimoli può essere imbrigliato per eseguire compiti controllati in modalità wireless in un ambiente acquatico”, spiega Marina Pilz Da Cunha, una ricercatrice dell’Università tecnologica di Eindhoven che ha partecipato allo studio.

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