Ricercatori analizzano batteri della peste di Giustiniano

Resti di una vittima della peste di Giustiniano in una fossa nei pressi di una casa gallo-romana nel sud della Francia, fine del VI secolo d.C. (credito: Evelyn Guevara; CNRS - Claude Raynaud)

Un nuovo studio ha analizzato in maggiore dettaglio gli effetti della cosiddetta “peste di Giustiniano”, una pandemia che colpì l’Europa. Si crede che la pandemia sia scoppiata nel 541 d.C. e che sia durata almeno fino a 750 d.C..

Analizzando i dati relativi a 21 siti archeologici in Europa e nell’area del Mediterraneo, un gruppo di ricercatori dell’Istituto Max Planck per la Scienza della storia umana in Germania e dell’Università di Harvard ha raccolto nuove informazioni su questa pandemia.
Innanzitutto sembra si sia diffusa in una zona più ampia rispetto a quanto si pensasse in precedenza. Gli effetti dovrebbero aver raggiunto anche l’Inghilterra post romana.

Il batterio che la causò è lo Yersinia pestis, lo stesso che causò la cosiddetta “peste nera”, un’altra pandemia che si diffuse in Europa durante l’epoca medioevale e che uccise quasi metà della popolazione del continente.
Nonostante sia meno nota della peste nera, la peste di Giustiniano fu altrettanto letale, secondo i ricercatori. È così denominata perché iniziò durante il regno dell’imperatore Giustiniano che governò l’impero da Costantinopoli.

Proprio la pandemia ebbe inizio nelle aree di Costantinopoli e si diffuse all’inizio nei porti del Mediterraneo.
I ricercatori, ricostruendo i genomi degli Yersinia pestis prelevati dai campioni raccolti dai siti archeologici in varie località europee, hanno innanzitutto confermato che inizialmente colpì le aree costiere, probabilmente attraverso le navi che attraccavano nei porti.

Hanno poi scoperto che la peste si diffuse anche in Gran Bretagna, un’informazione nuova per quanto riguarda questa pandemia, cosa che tra l’altro mostra la profonda interconnessione degli scambi commerciali tra l’area del Mediterraneo e la stessa Gran Bretagna.
Hanno poi trovato una certa diversità genetica tra i ceppi analizzati che evidentemente si sono evoluti durante i due secoli della durata della pandemia.

La ricerca è importante anche perché “mostra il potenziale della ricerca paleogenomica per comprendere le pandemie storiche e moderne confrontando i genomi attraverso millenni”, come dichiara Johannes Krause, direttore dell’Istituto Max Planck, un metodo che potrebbe fare da apripista per studi simili in futuro.

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