Rifiuti spaziali: si può capire se si sta per perdere la comunicazione con un satellite artificiale

Le variazioni nei livelli di luce del Sole riflessa dai satelliti artificiali possono fornire preziose informazioni (credito: Purdue Engineering)

I satelliti artificiali non sono eterni: arriva un momento per il quale, sia per l’arretratezza dell’hardware con il quale è stato costruito, sia per avarie di qualsiasi natura, deve essere dismesso.
Purtroppo la parola “dismesso “non si applica bene a questi oggetti creati dall’uomo. Più che altro si stacca la spina da terra ma l’oggetto continua indefinitamente a ruotare intorno alla Terra andando ad infoltire la cosiddetta “spazzatura spaziale ” che non pochi pericoli può creare agli altri satelliti artificiali o addirittura alla stazione spaziale internazionale.
capire quando si sta per perdere comunicazione con satellite artificiale tramite luce riflessa

Un nuovo metodo cerca di ovviare, almeno in parte, a questo problema risolvendo un problema direttamente collegato, quello della mancata comunicazione con il satellite stesso.
Ad un certo punto può infatti capitare che da terra non si sia più in grado di ristabilire la comunicazione con il satellite artificiale e, quando la stessa comunicazione si perde, risulta difficile eseguire qualsiasi azione e dunque il satellite diventa automaticamente un rifiuto spaziale.

Una soluzione potrebbe essere capire in tempo quando la comunicazione sta per venire meno. È proprio per questo che la ricercatrice Carolin Frueh, della Purdue University presenta, in un nuovo studio, un metodo per capire, attraverso la luce del Sole riflessa dal satellite,se sta per arrivare un malfunzionamento strutturale.

Uno più telescopi sulla Terra raccoglierebbero la luce riflessa dal satellite, o anche una sua parte e, nel caso di variazioni del livello di luminosità riflessa, si potrebbero elaborare le curve di luce estraendo informazioni sullo stato di rotazione dell’oggetto e sul suo stato di funzionamento.

Nel giro di 5-10 anni, secondo la ricercatrice, si potrebbero creare modelli più complessi con i quali si potrebbero identificare anche satelliti “sconosciuti”, ossia quelli che sono rimasti lì a ruotare intorno alla Terra.

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