Scienziati scoprono che Valium non lavora da solo, ha bisogno dell’aiuto di un gene

Gli scienziati hanno scoperto che una proteina codificata dal gene shisa7 (verde) può aumentare gli effetti calmanti sui nervi apportati dal Valium (credito: Lu lab, NIH/NINDS)

Un gruppo di ricercatori ha scoperto un particolare gene, denominato Shisa7, che svolge un ruolo importante per ciò che concerne la regolazione dei circuiti neurali inibitori e gli effetti sedativi di determinati ansiolitici a base di benzodiazepine.

Questo significa che il classico Valium, per esempio, utilizzato per trattare cose come ansia, spasmi muscolari o anche disturbi del sonno, non lavora da solo per calmare i nervi ma ha bisogno dell’importante apporto di un gene che nel comunicato stampa viene definito come “appiccicoso”.

Prima di questo studio si pensava, infatti, che le benzodiazepine sostanzialmente lavorassero da sole per innescare le risposte calmanti dei recettori di tipo A GABA (GABAA).
Gli esperimenti che Ling Gang Wu, ricercatore senior presso l’Istituto Nazionale per i Disturbi Neurologici e l’Ictus (NINDS), e Ronald S. Petralia, del National Institute on Deafness and Other Communication Disorders (NIDCD), hanno mostrato che Shisa7 si attacca direttamente ai recettori GABAA accelerando le risposte e aumentandone l’effetto in presenza del Valium.

“Questi risultati suggeriscono che Shisa7 modella direttamente le risposte sinaptiche inibitorie in una varietà di condizioni, inclusa la presenza di benzodiazepine”, riferisce Chris J. McBain, ricercatore presso l’Enice Kennedy Shriver National Institute of Child Health and Human Development (NICHD).
I ricercatori hanno svolto esperimenti su topi modificati dai quali era stato eliminato il gene Shisa7. Questi topi, una volta subite le iniezioni di Valium, non subivano alcun effetto calmante rispetto ai topi del gruppo di controllo.

Inoltre, in altre esperimenti, i ricercatori scoprivano che Shisa7 poteva influenzare anche livelli di sonnolenza e gli effetti ipnotici delle benzodiazepine.
Scoperte del genere potrebbero essere d’aiuto nello sviluppo di nuovi farmaci o trattamenti mirati ai recettori GABAA.

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