Scoiattoli artici vanno in ibernazione per 8 mesi all’anno sfruttando disgregazione muscolare

Urocitellus parryii (credito: NadezhdaKhaustova, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons)

Gli scoiattoli di terra artici (Urocitellus parryii) sono tra gli animali più incredibili in termini di ibernazione. Possono rintanarsi nelle loro tane e addormentarsi per otto mesi all’anno senza mangiare, un periodo durante il quale vanno in un vero e proprio stato di ibernazione con la temperatura corporea Che può scendere fino a -2,9° centigradi. Siamo ai margini estremi dell’esistenza, una caratteristica che porta questi animali molto vicini alla morte. Dunque come fanno a sopravvivere?

Secondo un nuovo studio apparso su Nature Metabolism, riciclano letteralmente pezzi del proprio corpo. Nello specifico, approfittano della disgregazione muscolare per recepire quelli che sono veri e propri nutrienti riciclati tramite i quali riescono a sopravvivere per tutti questi mesi durante il letargo.
Durante questa fase, ogni due o tre settimane, si riprendono per un breve periodo della durata di circa 12-24 ore. Durante queste ore aumenta la temperatura corporea ma sostanzialmente gli animali continuano a restare fermi nel loro torpore, non mangiando, non bevendo e non svolgendo qualunque attività fisiologica.

Sarah Rice, una biochimica dell’Università dell’Alaska Fairbanks, la ricercatrice che ha svolto lo studio, ha monitorato il flusso di azoto nel corpo di questi animali durante il letargo. L’azoto stesso sembra entrare negli aminoacidi, considerabili come i mattoni delle proteine, che formano a loro volta i muscoli degli animali nonché vari organi tra cui polmoni reni. Gli scoiattoli, durante la fase del letargo, sono capaci di riciclare le sostanze nutritive all’interno dei loro muscoli evitando anche uno processo che potrebbe rivelarsi fatale: l’azoto tende a finire nell’ammoniaca, tende ad accumularsi e può portare al decesso. Gli scoiattoli, durante il letargo, usano invece questo azoto costruendo nuove molecole per sopravvivere.

Si tratta di interessantissime intuizioni che potrebbero rivelarsi molto utili anche per quanto riguarda un campo di utilizzo che mai avremmo immaginato: i lunghi viaggi nello spazio che, forse in un eventuale futuro, gli esseri umani dovranno o potranno affrontare. Mettendo in atto una pratica del genere, qualora fosse possibile anche per gli esseri umani, si potrebbe sfruttare questo stesso approccio per attuare un metabolismo molto più lento e ibernando molto più efficientemente i corpi dei viaggiatori.

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