Scoperta nuova proteina collegata all’Alzheimer, l’aggregatina

Aggregatina e placche amiloidi nelle sezioni adiacenti nei cervelli dei pazienti con malattia di Alzheimer (credito: Doi: 10.1038/s41467-019-13962-0 | Nature Communications)

Un gene appena scoperto e una proteina ad esso associata che potrebbe essere soppressa potrebbero rappresentare una nuova possibile svolta per quanto riguarda le possibilità di far regredire o rallentare l’avanzamento dell’Alzheimer secondo un team di ricercatori della Scuola di Medicina della Case Western University.

Secondo Xinglong Wang, professore di patologia ed uno degli autori dello studio, si tratta di un “nuovo target terapeutico per questa malattia devastante”.
La nuova proteina, che gli stessi ricercatori hanno soprannominato “aggregatina” (aggregatin), tende ad accumularsi e ad aggregarsi nel centro della placca nei pazienti con malattia di Alzheimer, una tipologia di aggregazione simile a quella del tuorlo dell’uovo, come specifica lo stesso Wang.

Inizialmente i ricercatori hanno scoperto un gene, denominato FAM222A, collegato a diversi modelli di atrofia cerebrale regionale. Hanno poi scoperto che questo gene codifica una proteina che non solo è collegata alle placche beta-amiloidi tipiche dell’Alzheimer e all’atrofia cerebrale regionale ma tende anche ad attaccarsi al peptide beta amiloide.

Svolgendo esperimenti sui topi, i ricercatori si accorgevano che l’aggregatina accelerava la formazione di depositi di amiloide nel cervello. Ciò portava a più neuroinfiammazione e a maggiori disfunzioni cognitive.
Sopprimendo invece la proteina, le placche si riducevano così come la neuroinfiammazione e il deterioramento cognitivo.

Ora i ricercatori vogliono capire se un eventuale riduzione dei livelli di questa specifica proteina o la sua inibizione potrebbero essere considerate nuove potenziali terapie per rallentare la progressione dell’Alzheimer anche negli esseri umani.

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