Scoperte 198 mutazioni ricorrenti nel virus della COVID-19

Uno studio importante per capire come il coronavirus che ha scatenato la pandemia di COVID-19 in tutto il mondo potrebbe evolversi e cambiare è stato effettuato da un team di ricercatori dell’University College di Londra (UCL).
Il team di ricercatori del Genetics Institute ha infatti identificato quasi 200 mutazioni genetiche ricorrenti in questo virus, cosa che potrebbe far comprendere agli scienziati le modalità con le quali il virus stesso potrebbe in futuro adattarsi ad evolversi all’interno dello stesso corpo umano.

Una scoperta interessante che i ricercatori hanno fatto nel corso dello studio sta nel fatto che la maggior parte della diversità genetica del SARS-CoV-2, il virus della COVID-19, è riscontrabile nella maggior parte dei paesi più colpiti. Ciò suggerisce, infatti, una trasmissione molto ampia già all’inizio della pandemia e sostanzialmente l’assenza di un vero paziente “zero” e l’esistenza di più focolai iniziali nella maggior parte di questi paesi.
Nello studio, pubblicato su Infection, Genetics and Evolution, viene inoltre riferito che il virus sarebbe emerso alla fine del 2019, prima della rapida diffusione che è poi avvenuta a febbraio e a marzo in tutto il mondo.

Per giungere a questi risultati, i ricercatori hanno analizzato i genomi di oltre 7500 campioni infettati dal virus provenienti da pazienti in tutto il mondo. Alla fine hanno identificato 198 mutazioni che sarebbero occorse in maniera indipendente più di una volta, cosa che indica il livello di adattamento del virus e fornisce preziose informazioni a tal riguardo.
“Tutti i virus mutano naturalmente. Le mutazioni in sé non sono una brutta cosa e non c’è nulla che suggerisca che SARS-CoV-2 stia mutando più velocemente o più lentamente del previsto. Finora non posso dire se SARS-CoV-2 stia diventando più o meno letale e contagioso”, dichiara Francois Balloux, uno degli autori dello studio.

Infine i ricercatori hanno scoperto che alcune parti del genoma del SARS-CoV-2 sembrano presentare pochissime mutazioni: questo significa che queste aree del genoma potrebbero essere prese di mira in maniera più efficiente da farmaci e vaccini proprio perché tendono a cambiare meno frequentemente.
Un vaccino o un trattamento potrebbero infatti fallire se il virus muta a livello genetico: se lo fa troppo velocemente, la maggior parte degli sforzi in tal senso risulteranno inutili. Con queste informazioni, forse potrebbe essere più facile sviluppare farmaci più efficaci a lungo termine.

Approfondimenti

Articoli correlati

Condividi questo articolo

Dati articolo

Resta aggiornato su Facebook