Scoperti funghi parassiti che divorano mosche dall’interno e fanno buchi per diffondersi

Le incredibili modalità che due specie di funghi patogeni adottano per parassitare le mosche e per poi diffondere le proprie spore vengono descritte in un nuovo studio apparso sul Journal of Invertebrate Pathology.
La scoperta è stata fatta da un team di ricercatori Dipartimento di scienze vegetali e ambientali dell’Università di Copenaghen e del Museo di storia naturale della Danimarca.

I ricercatori, nel descrivere due nuove specie di funghi, hanno anche analizzato le modalità particolari che usano per diffondere le proprie spore. Le due nuove specie di funghi sono state denominate dai ricercatori Strongwellsea tigrinae e Strongwellsea acerosa.
Questi due funghi parassiti infettano due specie di mosche danesi, la Coenosia tigrina e la Coenosia testacea.

Una volta introdottosi nel corpo di questi insetti, fanno uno o più buchi nell’addome tramite il quale rilasciano le proprie spore fungine. Queste spore possono essere rilasciate anche quando la mosca entra in contatto con altre mosche, ad esempio per accoppiarsi, e dunque infettare anche altri esemplari.
Gli stessi funghi si nutrono del corpo delle mosche dal loro interno riuscendo a mantenere le mosche vive, e dunque “fresche” da mangiare, per giorni.

Questo particolare ha fatto sospettare ai ricercatori che forse utilizzano qualche sostanza, probabilmente simile alle anfetamine, tramite la quale “drogano” le stesse mosche mantenendo quanto più possibile alto il loro livello di energia nonostante le ferite che subiscono dall’interno.
Probabilmente queste stesse sostanze fanno sì che altri microrganismi, soprattutto i batteri, stiano lontano dalla ferita e non la infettino, almeno non subito.

In ogni caso, dopo alcuni giorni da disseminatrici di spore all’insaputa, le mosche cominciano ad avere violenti spasmi e muoiono. Si tratta di una modalità per diffondere le spore che non era mai stata individuata prima in alcun fungo, come lascia intendere Jørgen Eilenberg, uno degli autori dello studio, una modalità che probabilmente potrebbe servire in futuro per capire nuovi percorsi di infezione da parte di altri funghi simili.

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